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“Enzo Tortora. Dalla luce del successo al buio del labirinto”: ecco alcuni estratti della nuova edizione

di Redazione FqMagazine
Pubblichiamo, inoltre, il contributo di Roberto Spagnoli - 3/3

Pubblichiamo, inoltre, il contributo di Roberto Spagnoli - 3/3

Quello di Enzo Tortora non è stato un errore giudiziario: è stato un caso politico. È in questa prospettiva che il Partito Radicale ne fece il fulcro della battaglia per una «giustizia giusta». Tortora comprese che la sua vicenda personale poteva diventare strumento di un’azione più ampia per i diritti di chi, privo di notorietà o di mezzi, si trova imprigionato nella macchina giudiziaria. Il «detenuto ignoto», per usare la definizione di Marco Pannella: il cittadino senza volto, senza voce, che in uno Stato di diritto non dovrebbe mai essere privato della dignità, colpevole o innocente che sia.

L’arresto di Tortora, il 17 giugno 1983, fece scalpore: il conduttore di Portobello, volto amato e rassicurante della televisione italiana, fu accusato di traffico di stupefacenti e di contiguità con la camorra, sulla base delle testimonianze di alcuni “pentiti” e di un impianto investigativo che in seguito si dimostrerà fragile e lacunoso. «Cinico mercante di morte», lo definì in aula il pubblico ministero Diego Marmo. Dopo mesi di detenzione preventiva venne condannato in primo grado a dieci anni di carcere: un colpo che ne travolse la vita professionale e personale. Solo anni dopo, gli stessi accusatori ammetteranno di avere mentito.

In quella tragedia giudiziaria, i radicali individuarono il simbolo di una malattia più profonda del sistema. Da tempo denunciavano l’urgenza di una riforma della giustizia: l’eccessiva durata dei processi, l’abuso della carcerazione preventiva, la scarsa responsabilità dei magistrati. Leonardo Sciascia, che fu tra i primi a schierarsi per Tortora, convinse Pannella che quel caso andava oltre l’ingiustizia individuale: rappresentava una distorsione strutturale dello Stato di diritto. Da quel momento i radicali si mobilitarono e, insieme all’imputato, fecero di una vicenda personale una questione politica e istituzionale.

La reazione del mondo dell’informazione, tranne poche e coraggiose eccezioni, fu conformista. Giornali e televisioni sposarono la tesi dell’accusa, alimentando una gogna pubblica di cui resta simbolo la fotografia di Tortora con le manette ai polsi, trascinato dai carabinieri fra telecamere e flash. L’uomo di successo, il conduttore elegante, l’intellettuale cortese improvvisamente degradato a colpevole da spettacolo. Solo in seguito, a distanza di tempo, alcuni giornalisti hanno chiesto scusa, altri non lo hanno mai fatto.

A contrapporsi a quel coro fu, con forza e continuità, la voce di Radio Radicale. Registrò e trasmise le udienze, offrendo al Paese la possibilità di ascoltare, parola per parola, il linguaggio e le dinamiche del processo. Quelle registrazioni sono oggi un patrimonio collettivo e rappresentano un archivio prezioso a disposizione di tutti. Radio Radicale svolse una triplice funzione: informativa, rendendo trasparente ciò che normalmente resta sepolto nei verbali; di mobilitazione, restituendo voce a Tortora e a chi con lui si batteva per la riforma della giustizia; e di pressione politica, alimentando dibattiti, convegni, manifestazioni, interrogazioni parlamentari e iniziative legislative e referendarie (i futuri “referendum Tortora”).

Da vittima Tortora divenne protagonista. Nel 1984 accettò di candidarsi al Parlamento europeo con i radicali e venne eletto. L’idea, geniale nella sua semplicità, era nata da Pannella: far valere la visibilità del personaggio per offrirgli uno spazio di parola e di libertà e, attraverso il suo caso, denunciare le storture del sistema. Non una tattica di autodifesa, ma un atto politico. Lo si vide nel discorso con cui Tortora rinunciò all’immunità parlamentare chiedendo ai colleghi eurodeputati di concedere l’autorizzazione a procedere per permettergli di difendersi “nel” processo, non “dal” processo. Da quella candidatura nacque un legame umano e politico. Tortora non fu solo difeso: diventò egli stesso militante radicale, simbolo e voce di una battaglia che riguardava tutti.

Il “caso Tortora” resta, a distanza di decenni, un punto di svolta. Per la prima volta un errore giudiziario assunse una dimensione civile e politica. Grazie all’impegno di Pannella, alla mobilitazione dei radicali e al lavoro di Radio Radicale, la vicenda uscì dall’ambito processuale per diventare tema di riforma democratica per la «giustizia giusta». Per questo non fu solo uno dei tanti errori giudiziari o un esempio di “malagiustizia” ma un caso politico. Il Partito Radicale ne fece un terreno di iniziativa e Radio Radicale fu il mezzo per dare voce alla mobilitazione.

L’assoluzione in Appello, confermata definitivamente nel 1987 dalla Corte di Cassazione, restituì la verità dei fatti, ma non poté restituire il tempo perduto, né cancellare la ferita. Tortora tornò in televisione, ma il corpo e lo spirito erano provati. Morì nel 1988, a un anno dall’assoluzione. Rileggere oggi il “caso Tortora” significa ricordare che la giustizia non è solo un insieme di codici e tribunali, ma il cuore stesso del patto tra cittadini e Stato. Marco Pannella lo capì prima di altri: la giustizia, per essere giusta, deve essere anche equa, controllabile, trasparente. È questo il lascito di quella battaglia e dell’uomo che ne è diventato il simbolo. Insieme a un interrogativo che risuona ancora oggi: quanto sono fragili la libertà e i diritti di un cittadino?

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