Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto della prefazione alla nuova edizione - 2/3
[…] Quando la mannaia della giustizia ingiusta calò su Enzo Tortora era la notte del 17 giugno 1983. Venne accusato di associazione per delinquere e traffico di stupefacenti, sulla base di testimonianze ritenute infondate dai tribunali, e che portarono a una delle più grandi ingiustizie nella storia giudiziaria italiana. Tortora venne mostrato con gli schiavettoni davanti alle telecamere dei telegiornali.
Dice in questo libro Silvia Tortora nella sua drammatica testimonianza: «Quel giorno l’hanno svegliato all’alba e arrestato, trasportato velocemente dall’Hotel Plaza al Comando operativo dei carabinieri di via in Selci, a Roma, lasciato macerare in una guardiola nonostante avesse avuto un collasso cardiocircolatorio. Soltanto dopo molte ore, e comunque dopo l’arrivo delle telecamere della Rai, l’hanno fatto uscire dal Comando con le manette ai polsi, ha dovuto percorrere venticinque metri fino a raggiungere la macchina dei carabinieri posteggiata dall’altra parte della strada, ha camminato in mezzo a gente che gli sputava, che lo insultava a gran voce. Alla fine lo hanno trasferito in carcere a Regina Coeli. Poi sono arrivati gli interrogatori, i confronti con gli pseudo pentiti, le accuse dei magistrati, i processi, le condanne, fino all’assoluzione in Corte d’appello e in Corte di cassazione».
Ma Tortora non era innocente: affermava invece di essere estraneo da tutte le accuse, che è cosa ben diversa. Il suo è stato un calvario che ha distrutto un uomo.
[…] Nel maggio 1988, Tortora muore stroncato da un tumore. «Mi hanno fatto scoppiare una bomba atomica dentro», disse nella sua ultima apparizione televisiva, ospite di Giuliano Ferrara.
Il saggio vuole ricordare l’Italia degli anni Ottanta, che agisce d’impulso, che esalta e atterra i propri miti. Accanto alla storia di Tortora scorre così quella della società. Tortora non era un uomo qualunque, se pensiamo che nel 1969, per un’intervista scomoda contro la lottizzazione alla Rai, l’azienda lo licenzia in tronco. C’ è dentro insomma non solo una biografia da riscoprire – Tortora ha fatto la prima Domenica sportiva, è stato il primo a far cantare i politici in tv (a Cipria), ha coniugato l’informazione e lo spettacolo, ha fatto di Portobello il programma più visto della tv italiana, ancora oggi –, ma uno specchio dell’Italia: quella dei monopoli televisivi. Poi c’è la vicenda giudiziaria, ricostruita con una dovizia di nomi, date e procedure, nella quale spiccano gli articoli di giornale che lo avevano condannato senza appello. Due soli, Paolo Gambescia e Giuseppe Marrazzo, fecero scuse formali alla famiglia all’inizio dell’iter giudiziario. Altri, come Bocca e Enzo Biagi, scrissero nei loro articoli la parola “innocente”, mentre da tanti altri arrivò quasi un linciaggio. E poi c’è Silvia, una delle figlie, cui Enzo Tortora scriveva: «Quello che non si sa è che una volta gettati in galera non si è
più cittadini ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco si ricoprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. E il mondo gira, indifferente a questa infamia».
Daniele Biacchessi