Cinema

Hamnet: Chloe Zhao scolpisce il dolore perfetto e racconta il lutto di Shakespeare che portò all’Amleto

La regista racconta la maternità, la perdita e l’eco immortale dell’amore. Il film è illuminato dalle interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal. Ma dietro la bellezza formale si cela una domanda urgente: dov’è finito il pugno nello stomaco?

di Anna Maria Pasetti
Hamnet: Chloe Zhao scolpisce il dolore perfetto e racconta il lutto di Shakespeare che portò all’Amleto

Tieni aperto il tuo cuore. Con questo mantra è stata educata Agnes da sua madre, la strega della foresta per gli ignoranti, e così lei imposta il suo matrimonio, educa i suoi figli. Ma proprio lei, giovane e fortissima donna che tutto sente e ogni cosa prevede, non aveva prefigurato che il figlioletto Hamnet se ne sarebbe andato in un soffio, anzi tempo vittima di una febbre pestilenziale incurabile. Il marito Will, che è scrittore e drammaturgo, prova a superare il lutto facendosi ispirare dal ricordo del figlio per la sua nuova tragedia, quella che passerà alla Storia come uno dei capolavori nella letteratura di tutti i tempi, l’Amleto.

Con Hamnet, l’attesissimo film fuori concorso alla 20ma Festa del Cinema di Roma, Chloe Zhao, tenta qualcosa di inedito rispetto a ogni racconto su William Shakespeare: trasformarlo in un giovane marito e padre innamorato di moglie e figli, in un pendolare da Stratford a Londra per lavorare in un teatro (dove inizialmente procura i guanti da scena, da bravo figlio di un guantaio…), in un uomo stravolto dal dolore davanti all’adorato figliolo defunto. Pertanto potremmo “anche” non sapere che del Bardo stiamo trattando, essendo la sostanza di Hamnet – fedelmente ispirato all’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet (2020) – quella di un melodramma “domestico”, letteralmente fra le quattro mura di casa Shakespeare ove Agnes (la vera moglie si chiamava Anne) accudisce casa e prole con l’aiuto della suocera.

Infatti è proprio lei la protagonista del quarto lungometraggio di Zhao, un punto di vista assoluto e permeato dalle emozioni estreme, che passano dalla passione giocosa per la natura selvaggia allo strazio infinito per la morte del piccolo. Dunque un film di coabitazione sentimentale e naturale immerso nel verde del bosco inglese, e nel legno intrecciato delle casette in stile Tudor. Ma la regista sino-statunitense non poteva né voleva limitarsi a un semplice quadretto: avocando la catarsi teatrale insita nell’Amleto, riesce a decostruire il noto senso della maxima tragedia scespiriana per farne una elegia funebre, una dolente e geniale elaborazione del lutto figliale. E anche la ribelle Agnes non può che arrendersi alla sua forza dirompente.

La vera domanda di fronte alla maestosità della messa in scena di questo melò più intimo che spettacolare è la seguente: quanto realmente Chloe Zhao è riuscita nell’intento della catarsi dello spettatore cinematografico? La risposta non può che essere personale, ma tentando di oggettivizzare il più possibile il giudizio, la forza empatica del film appare quasi completamente concentrata nelle performance eccezionali di Jessie Buckley e di Paul Mescal, tra i pochi attori contemporanei a veicolare Verità in ogni loro interpretazione, e non nella scrittura e nella regia.

In altre parole, esso appare come un’opera più da ammirare per la sua perfezione nella messa in scena che non da sentire come un pugno nello stomaco quale dovrebbe essere. Si capisce il dolore, ma non lo si sente: forse per troppa perfezione? O per una distanza (man)tenuta drammaturgicamente? In definitiva, in Hamnet nulla è sbagliato, tutto è “bellissimo” e il messaggio dell’amore che fa propria e dunque “supera” la morte è lampante, eppure si ha la sensazione a fine visione che manchi qualcosa. Al netto di ogni considerazione, Hamnet si profila tra i più forti candidati della Award Season che culminerà con sicure nomination agli Oscar. La speranza è soprattutto per Jessie Buckley una straordinaria attrice finora poco valorizzata.

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