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Osaka, la città del futuro: la nostra guida per visitare la città approfittando di Expo 2025

Dal castello alle gallerie commerciali, fino al Padiglione Italia: ecco cosa vedere a Osaka

Testo di Elena Bittante
Padiglione Italia e l’eccellenza della musica - 4/4

Padiglione Italia e l’eccellenza della musica - 4/4

È facile distinguere il Padiglione Italia, non solo per il Sant’Elmo, l’elmo di Mimmo Paladino che campeggia all’entrata. Nello spazio progettato dall’architetto Mario Cucinella, tutto è un omaggio alla nostra cultura. La struttura si racconta come una moderna interpretazione della Città Ideale del Rinascimento: il teatro, i portici, la piazza e il giardino all’italiana sul tetto (ecosostenibile), luoghi tipici dell’identità urbana e sociale del nostro Paese che invitano alla condivisione. Ogni elemento presente negli ambienti interni ed esterni realizzati in legno, è riconducibile ad una raffinata allegoria e insieme creano una trama che invita a scoprire uno spazio ricco di significati, riconducibili al tema di Expo 2025: “Progettare la società futura per le nostre vite”. Il Padiglione Italia lo fa attraverso l’arte, quel saper fare che racchiude tecnica e creatività, linfa vitale che porta alla trasformazione e all’innovazione. Il futuro attinge al passato per evolversi e cambiare, un concetto quanto mai affine a quello giapponese del “wabi sabi”, che omaggia la bellezza della transitorietà, concedendo anche all’imperfezione un valore di conoscenza e arricchimento.

L’Italia si racconta nella bellezza ma anche come partner tecnologico, scientifico ed economico attraverso 4 aree tematiche distinte: dell’Io, dedicata alla persona, alla salute e al benessere, del Noi, incentrata sui temi sociali, dei Territori, per valorizzare le peculiarità e le eccellenze regionali legate da radici profonde ma orientate allo stesso futuro, e della Spiritualità, con la presenza della Santa Sede nel medesimo Padiglione, per la prima volta nella storia. Un hangar che racconta al mondo la cultura italiana, fatta di sapienza manuale, eccellenze, imprese, artigiani ed enti come l’Agenzia Spaziale Italiana, ma allo stesso tempo un atelier d’eccezione che ospita opere d’arte uniche come Ito Mancio del Tintoretto, Atlante Farnese del II secolo d.C., Forme Uniche nella Continuità e nello Spazio di Umberto Boccioni, Cristo Risorto di Michelangelo, La Deposizione di Caravaggio, e quattro dei 1.119 inestimabili disegni del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, provenienti dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano (presentati a rotazione nei mesi dell’Expo per preservarne la perfetta conservazione). A “sorvolare” lo spazio del padiglione appesa al soffitto, la riproduzione in legno in scala 1:1 del biplano Sva 9 Ansaldo, il veivolo che completò la tratta Roma-Tokyo nel 1920, un omaggio alla tecnica e al legame culturale tra Italia e Giappone.

L’arte dunque nella sua espressione più ampia, che include tecnica e creatività tangibile ma anche immateriale, in tutte le sue forme. In questi mesi, Padiglione Italia ha ospitato eventi prestigiosi ed esibizioni in musica, come quella interpretata dalle eccellenze del Conservatorio Statale di Musica Pyotr Ilyich Tchaikovsky di Nocera Terinese (Catanzaro): lo scorso 17 settembre, il Maestro Filippo Arlia ha acceso il palcoscenico del teatro del Padiglione Italia con il suo Duettango, accompagnato dalle magistrali interpretazioni di Cesare Chiacchiaretta, con il bandoneon appartenuto ad Astor Piazzolla, Andrea Timpanaro al violino, Marco Acquarelli alla chitarra elettrica, Andrea Piccioni ai tamburi a cornice e Filippo Garruba ai synth pad. “Nella musica di Piazzolla ci sono jazz, tango, blues, armonie non classiche: è un compositore che ci fa divertire”. Per il Maestro la musica è gioia. E aggiunge, con un pizzico di orgoglio: “Piazzolla era più italiano che argentino perché il padre era pugliese, di Trani, e la mamma toscana”.

L’intraprendenza creativa del Maestro Arlia è quella di omaggiare la musica classica senza mai perdere di vista i tecnicismi (cresciuto in una famiglia di musicisti a pane e spartiti, già direttore d’orchestra a 22 anni), ma allo stesso tempo proporre generi alternativi, riscoprendo suoni autentici e popolari. Il suo intento è quello di rendere la musica un’esperienza universalmente bella, accessibile e distante dagli stereotipi.

Il Maestro Arlia, come musicista e docente, è solito “guardare oltre”, soprattutto i luoghi comuni della musica classica, associata a rigore e solennità: “In Italia e in Europa, questo genere è troppo chiuso in sé stesso, nonostante le sue origini siano popolari: la musica classica è nata tra la gente. Noi siamo abituati ad associarla alla Prima della Scala, e per quanto sia un evento di prim’ordine, non si può limitarla solo a quello. È molto più elastica di come la possiamo immaginare, e non è il formalismo che la identifica”. È tutta una questione di percezione dunque, di come si comunica e insegna. “Spessissimo amo proporre dei brani di Ennio Morricone con l’orchestra: poche note, facilissime da eseguire e straordinarie. Una cosa non deve per forza essere complessa per essere bellissima. Se si comincia a far passare questo messaggio ai ragazzi insegnandolo nei Conservatori, si può riuscire a farli avvicinare anche alla classica, e riportarli a teatro”.

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