Ci sarà un motivo, anzi più d’uno, per cui gli iscritti a fine 2023 all’Anpi – il tesseramento è annuale – erano più di 153mila. L’anno precedente erano circa 141.300. Quindi, un’associazione non solo con un alto numero di iscritti, ma anche con una rilevantissima crescita
nell’ultimo anno. Conta, certo, la legittima difesa contro il governo Meloni, ma questo trend rapidamente ascendente nelle iscrizioni si spiega anche e necessariamente con la condivisione pubblica delle scelte e dei comportamenti dell’Anpi a livello nazionale, con la sua conseguente visibilità, con la presenza diffusa sull’intero territorio nazionale di sezioni dell’Anpi e con un’attività intensissima nei quartieri.

L’attività dell’Anpi sia a livello nazionale che a livello locale si muove in due direzioni fondamentali: la memoria, e cioè le iniziative relative all’attività resistenziale dall’8 settembre fino alla Liberazione, e l’impegno civile, che risponde ad una delle mission dell’Anpi specificamente prevista dal suo antichissimo statuto: “concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione Italiana, frutto della Guerra di Liberazione, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”.

Questa è sommariamente la condizione attuale dell’associazione dei partigiani che compie esattamente ottant’anni il 6 giugno 2024. L’Anpi
nasceva infatti nello stesso giorno del ’44, poco dopo la liberazione della Capitale, mentre al nord continuava la Resistenza fino a quel 25
aprile che sanciva la liberazione dell’intero Paese. La inesorabile legge del tempo avrebbe portato alla scomparsa dell’associazione ove fosse rimasta limitata ai soli partigiani. Per questo nel congresso nazionale del 2006 si stabiliva che potevano entrare nell’Anpi tutti gli antifascisti che ne condividessero lo statuto.

Oggi i partigiani viventi sono poche migliaia, ma il loro messaggio è stato ripreso dalle donne e dagli uomini delle generazioni successive. Ciò ha consentito di non disperdere quell’unicum rappresentato dall’esperienza dei venti mesi di Resistenza e di far crescere su quelle basi una moderna sensibilità antifascista, quanto mai attuale e necessaria.

La storia dell’Anpi si intreccia con la storia nazionale: l’associazione era presente con 18 membri nella Consulta nazionale, organo del governo, in attesa delle elezioni dell’Assemblea costituente. Partecipò attivamente al movimento internazionale dei Partigiani della pace, a cavallo degli anni 40 e 50, contro la corsa agli armamenti e per la proibizione delle armi atomiche. Fu protagonista nel 1960 della lotta
contro il governo Tambroni, uno dei passaggi più drammatici della storia repubblicana. Contrastò lo stragismo fascista, a cominciare da piazza Fontana nel 1969, e successivamente il terrorismo delle BR e di Prima linea. Nel 1978 il partigiano Sandro Pertini, della presidenza onoraria dell’Anpi, veniva eletto Presidente della Repubblica.

Negli anni successivi l’Anpi affrontava pesanti questioni nazionali, dalla Loggia P2 alla corruzione politica alle stragi mafiose. Nel 2009 contrastava con successo il disegno di legge che equiparava i partigiani ai repubblichini. Si impegnava nel 2006 e in particolare nel 2016 nei
referendum contro i tentativi di stravolgere la Costituzione. Nel 2018 circa centomila persone manifestavano a Roma con l’Anpi sotto la parola d’ordine “mai più fascismi, mai più razzismi”.

Oggi, nel momento più drammatico dal dopoguerra, nel pieno di una escalation bellica che sembra non avere fine, siamo in prima fila nella
lotta per la pace, coerentemente con la nostra storia, le nostre tradizioni e le nostre idee. Da tempo siamo impegnati contro un “premierato” dal pessimo sapore autoritario e un’autonomia differenziata delle regioni che spacca l’Italia e nega l’universalità dei diritti. Contrastiamo su scala nazionale ed europea il ritorno dei mostri del Novecento: nazionalismo, fascismo, nazismo, razzismo, per un’Unione Europea profondamente riformata in senso democratico e popolare.

Facciamo politica? Sì, nel senso più ampio del termine, in quanto comune responsabilità verso il Paese, come l’Anpi ha sempre fatto, com’è
doveroso fare, come fanno tante associazioni, grazie ad una Costituzione che disegna una democrazia avanzata, fondata non solo sulle elezioni, ma anche sulla partecipazione popolare.

Siamo di parte? Sì. Siamo dalla parte della Costituzione. Di più: pensiamo che solo la sua piena attuazione potrà consentire al Paese di
uscire dalla pesantissima crisi in cui versa, a cominciare – senza se e senza ma – dai due capisaldi costituzionali della Repubblica: il fondamento del lavoro e il ripudio della guerra.

Siamo un partito? No. Non lo eravamo, non lo siamo e non lo saremo mai, perché l’Anpi comprende in modo plurale un ampio arco di opinioni e non si fa condizionare da nessuna forza politica, nel pieno rispetto dell’autonomia dei partiti e rivendicando il pieno rispetto della
propria autonomia.

Siamo unitari? Sì. Sappiamo che qualsiasi cambiamento sarà possibile sono a condizione di creare un largo fronte unito e convergente sugli stessi obiettivi. Ci siamo dove c’è unità. Non ci siamo dove c’è chiusura e settarismo. Non abbiamo dimenticato la lezione unitaria dei
Comitati di Liberazione nazionale.

Prendiamo finanziamenti dallo Stato? È una sciocchezza. La quasi totalità del bilancio Anpi è data introiti del tesseramento e del 5 per
mille. Una minima parte è data da fondi che legittimamente l’Anpi riceve per bandi tematici, cioè realizzazioni di iniziative, convegni e
quant’altro il cui costo è spesso molto superiore al finanziamento che riceviamo.

Perché allora, come scrivevo all’inizio, l’Anpi è in continua crescita? È come se, nel tempo dei crolli sistemici a cui assistiamo e da cui siamo attraversati, l’Anpi ci dicesse: “Non preoccuparti, io ci sono sempre”. Qualcuno ha detto che l’Anpi dà una risposta credibile all’eticità della politica. Non sta a noi giudicarci, ma nello smarrimento di valori e nell’impaccio dell’attuale sistema dei partiti nell’avere uno sguardo lungo sulla società, sull’Italia e sul mondo, ci sforziamo di proporre un’alternativa ideale che ha le sue radici nei fondamenti morali della Resistenza, il suo tronco nella Costituzione e i suoi rami nella conoscenza della realtà che è in continua trasformazione. A ben vedere, questo vuol dire essere antifascisti oggi.

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