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Primo Centro trapianti in Palestina: il Fatto quotidiano e Soleterre contro il cancro

Aiutare a curare oltre 5mila diagnosi di cancro all’anno (100 quelle infantili) in una terra in cui il diritto alla salute è ostacolato e negato dalle politiche di Netanyahu&C.
Primo Centro trapianti in Palestina:  il Fatto quotidiano e  Soleterre contro il cancro
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“È un progetto che guarisce e insieme genera altra vita. Questa è la meraviglia”. Damiano Rizzi conosce bene la Palestina. Soleterre, l’ong di cui è presidente, fornisce le chemioterapie al reparto di Oncologia pediatrica dell’ospedale di Beit Jala, a Betlemme. In due anni di collaborazione ha visto spesso bambini come Mohammed, 5 anni e un cancro in stato avanzato, costretti ad affrontare calvari burocratici per essere curati. Un paziente palestinese che ha bisogno di un trapianto di midollo deve per forza ottenere il via libera da Israele per andare a Tel Aviv o all’estero, perché a Gaza e in Cisgiordania il trattamento non è disponibile. Un’autorizzazione che può fare la differenza tra la vita e la morte. “Il permesso spesso non arriva o arriva quando è troppo tardi”. Nasce da qui l’idea di creare all’Istishari Arab Hospital di Ramallah la prima Unità di trapianto di midollo di tutta la Palestina. L’iniziativa è sostenuta dalla Fondazione Fatto Quotidiano, che ha deciso di essere al fianco di Soleterre per aiutare a completare la struttura: l’obiettivo è fare il primo trapianto a ottobre, con la supervisione di specialisti italiani.

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Cosa deve affrontare oggi un bambino palestinese che necessita di un trapianto?
La sua vita dipende dal fatto che Israele o un altro Paese, in genere la Giordania, lo accolga. Il rischio è morire nell’attesa. Se viene concesso il permesso, ogni paziente può essere accompagnato dalla madre. Tutti gli altri familiari devono rimanere a casa. Quella madre probabilmente avrà altri figli, che non potrà vedere per lungo tempo. E tra vitto e alloggio, i costi sono molto alti, spesso non sostenibili.

Quali sono le conseguenze?
Ogni anno in Palestina vengono fatte 5200 diagnosi di tumore. A volte le chemioterapie non bastano e serve anche il trapianto: circa 100 bambini e adolescenti ne avrebbero bisogno. E tra il 40% e 60% di chi ha questa urgenza non accede al trattamento. Prima del 7 ottobre il tasso di rifiuto di Israele era del 40%. Ora la situazione è peggiorata.

Cosa potrebbe cambiare con questo centro?
Il nostro obiettivo è offrire una possibilità di cura a centinaia di bambini palestinesi affetti da tumore o talassemia e agli adulti. I pazienti avranno a loro disposizione tutto il ciclo di terapie senza fare lunghi viaggi. C’è poi un altro beneficio. Oggi il ministero della Salute palestinese spende 350mila euro per inviare un paziente all’estero. Curandolo internamente, ne serviranno 50mila. Così il resto dei soldi potrà essere reinvestito in chemioterapie e in servizi per l’oncoematologia pediatrica. Quindi ogni bambino curato contribuirà a salvarne altri. È un progetto che genera vita. E che ha anche un forte valore simbolico e politico: creare un centro nazionale aiuta a rendere la popolazione palestinese autonoma e indipendente da altri Paesi.

Quanto incidono le restrizioni imposte da Israele sulla vita di un palestinese che ha problemi di salute?
Incidono pesantemente perché impediscono l’accesso alle cure. Lo vediamo al Beit Jala. Quando ci sono blocchi ai check-point, i bambini che abitano a sud non riescono a raggiungere l’ospedale per ricevere la terapia. Anche la nostra psicologa Farah Fatafta, che li accompagna ogni giorno, deve capire quale percorso fare. Come è possibile che un bambino malato di cancro venga fermato dai soldati come se fosse un nemico?

Le tappe del progetto?
Non partiamo da zero. L’Istishari Arab Hospital è un centro nazionale. Ha 300 posti letto, il reparto di Oncoematologia e di terapia intensiva, laboratori, diagnostica avanzata e banca del sangue. Nei mesi scorsi, un’équipe guidata dalla pediatra ematologa Marta Verna del San Gerardo di Monza ha formato una squadra di 9 professionisti palestinesi. A maggio una missione di medici italiani è andata a Ramallah per verificare i lavori e confermare che il progetto è realizzabile. Mancano ancora alcune attrezzature e bisogna finalizzare la formazione. Speriamo di poter fare il primo trapianto a ottobre.

Soleterre è presente anche all’ospedale Nasser di Gaza. Cosa le raccontano i collaboratori che sono lì?
Il 95% dei bambini che arriva da noi soffre di fame cronica, con il rischio di aver danni per tutta la vita. Sono in centinaia con il cancro che lottano contro il tempo. Sono convinto che avere un centro trapianti a Ramallah possa funzionare anche come leva per fare maggiore pressione e aprire i corridoi umanitari. Con una struttura così vicina sarà più difficile motivare un rifiuto.

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