Il governo cubano ha annunciato che i settori del commercio all’ingrosso ed al dettaglio verranno aperti, per la prima volta in sessant’anni, agli investitori stranieri. Non si tratta di un’apertura totale ma, nelle intenzioni delle autorità, di un varco per ridurre la scarsità dei prodotti di prima necessità sull’isola. Cuba è preda della crisi economica più grave degli ultimi decenni e la popolazione è ormai esasperata dal carovita. Il nuovo decreto legislativo di apertura – riconosce il governo centrale – non può risolvere la scarsità di beni essenziali senza un aiuto dall’estero ma impone dei paletti per non esacerbare gli animi dell’ala sinistra del partito.

Verrà data la priorità agli investitori presenti da anni sull’isola, non ci sarà competizione di mercato almeno in un primo momento, ed il ministro per il Commercio con l’Estero ha ricordato alla BBC che “il settore statale dovrà prevalere”. L’International Politics and Society Journal ha spiegato che Cuba ha urgente bisogno di riforme e che il suo modello economico manca di solidità. I brevi periodi di dinamismo economico sono stati equivocati dall’esterno e ciò è avvenuto anche di recente, in occasione dell’aiuto nel settore sanitario fornito dal Venezuela. La presenza di un’economia funzionante è un obiettivo sentito sin dai tempi del crollo del socialismo ed avrebbe potuto aiutare il paese a mantenere la propria indipendenza e a rendere più alto il costo delle sanzioni americane. Le cose, però, sono andate diversamente e sono sotto gli occhi di tutti. Infrastrutture antiquate, ineguaglianza in crescita, servizi pubblici scadenti e un alto tasso di migrazione verso l’estero.

Tra le principali mete dei migranti ci sono gli Stati Uniti, dove vivono più di un milione e trecentomila cubani e la Spagna. Nel 2011 l’allora Presidente Raul Castro aveva annunciato riforme mirate ad introdurre politiche di mercato nell’economia socialista cubana come la possibilità per i cittadini di aprire piccole attività commerciali e l’eliminazione di alcune pratiche burocratiche. L’implementazione di quanto annunciato, come ha dichiarato ad Al Jazeera Richard Feinberg, professore di Economia alla University of California di San Diego, si è rivelato problematico a causa di “una combinazione di inerzia, letargia, interessi di parte e desiderio di auto-conservazione”.

Castro, ormai ottantanovenne, ha formalmente rinunciato a guidare il Partito Comunista Cubano nel 2021, quando si è dimesso dalla carica di segretario generale per affidarla ad una nuova generazione di politici cubani. Nell’aprile del 2021, a seguito della rinuncia di Castro, Miguel Diaz-Canel è subentrato alla guida del Partido Comunista de Cuba (PCC). Diaz-Canel, già presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri nell’aprile 2018, ha garantito continuità con la rivoluzione e fedeltà alla tradizione del partito, come chiarito dalla Treccani, tanto sul fronte della politica estera quanta su quello del perfezionamento del modello economico in conformità con l’ideologia castrista.

Nel giugno 2021 il governo ha annunciato che avrebbe consentito la formazione di piccole e medie imprese limitatamente ai settori non ritenuti strategici ma permangono restrizioni per quanto riguarda i lavoratori in proprio e quelli del settore privato. La Costituzione del 2019 riconosce il diritto alla proprietà privata ma questa enunciazione si scontra con una realtà in cui il possesso della proprietà e l’operatività delle imprese private sono limitate. I salari ufficiali sono mediamente molto bassi mentre i cubani che lavorano per le imprese straniere sono costretti ad elargire una parte consistente dei propri stipendi all’agenzia per l’impiego statale che gli ha consentito di trovare lavoro.

Una tagliola che non consente loro di beneficiare dei salari più alti garantiti dalle imprese estere. La debolezza strutturale della valuta nazionale, poi, non aiuta l’economia a stabilizzarsi. La Geopolitics Intelligence Services, un’agenzia fondata nel 2011 dal Principe del Liechtenstein con lo scopo di fornire proiezioni economiche al mondo degli affari, ha stimato che lo scenario più probabile, per il futuro di Cuba, sia quello in cui sono presenti un aumento della repressione statale unito a riforme economiche di tipo opportunistico.

Sullo sfondo c’è la possibilità, al momento remota, di un’abolizione dell’Helms-Burton Act da parte del Congresso americano e della fine del divieto di investimenti da parte della diaspora cubana. Uno scenario di diversa natura, ma comunque poco probabile e speculativo, riguarda il ruolo che potrebbe giocare l’esercito nel dare vita alle riforme. Gli esponenti delle forze armate ricoprono un certo numero di ruoli politici e vengono considerati “un’oligarchia modernizzatrice”.

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