Tra i tanti dettagli emersi nelle prime fasi giudiziarie del processo sulla strage autostradale di ponte Morandi, Emmanuel Diaz ne sottolinea una in particolare: “I legali della difesa sostengono che se il viadotto autostradale fosse stato chiuso al traffico per effettuare i lavori di manutenzione necessari i cittadini sarebbero insorti. È vero, si sarebbero lamentati, ma si sarebbero lamentati da vivi”. Per Emmanuel, che quel 14 agosto 2018 perse suo fratello Henry, una delle più giovani tra le vittime del crollo, questa frase sintetizza al meglio l’insieme delle cause che, leggendo le carte del dibattimento in corso, hanno contribuito a un disastro che “non solo era prevedibile – sottolinea il fratello della vittima – ma era stato previsto e scritto dai tecnici incaricati di monitorare lo ’stato di salute’ dell’infrastruttura, ma si è deliberatamente deciso di ignorare questi dati”. Il fatto che il viadotto non venne chiuso al traffico anche “per paura delle lamentele – evidenzia Emmanuel – dà l’idea della totale mancanza di senso di responsabilità di chi è chiamato a prendere scelte anche scomode per difendere la collettività. Nessuno si può sentire escluso, a partire dalle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare su una società che riteneva di poter agire nella totale impunità e al di sopra della legge”.

Mentre i detriti del ponte vengono trasferiti per fare spazio a quello che sarà il Memoriale per il ricordo delle vittime del crollo, i tempi del dibattimento per ovvi motivi non si preannunciano brevissimi: “Dal processo quello che mi aspetto non è una forma di vendetta verso i responsabili che pretendiamo vengano individuati e puniti a norma di legge – spiega Emmanuel – ma la garanzia che simili regimi di impunità da parte di colossi finanziari non possano ripetersi e alle 43 vittime del crollo non vengano riservate frasi di circostanza ma siano riconosciute con un reale cambiamento nelle modalità di azione e controllo della sicurezza delle infrastrutture”.

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