Ritiro è una parola che compare spesso nella lunga e meravigliosa carriera da tennista di Serena Williams: meravigliosa anche perché ai vari ritiri da tornei e gare hanno fatto seguito sempre rientri e trionfi a volte sorprendenti, ma non questa volta. Gli Us Open e poi, come annunciato in un articolo a sua firma comparso su Vogue l’addio: “Non ho mai voluto scegliere tra tennis e famiglia. Ma ho quasi 41 anni e qualcosa devo cedere”. Sul non cedere e su un agonismo feroce Serena ci ha costruito una carriera lunga 25 anni: un agonismo necessariamente feroce se per vincere 7 dei 23 tornei del Grande Slam devi battere la tua principale avversaria, tua sorella.

Già Venus e la famiglia sono fondamentali nel percorso di Serena, nella fortissima personalità di Serena. C’è la voglia di rivalsa del padre Richard, che addirittura prima che nascessero le sue figlie, impressionato dalla vittoria di Virginia Ruzici al Roland Garros, scrive un manuale di 80 pagine per trasformare le ragazze in campionesse di tennis. Un “desiderata” che si scontra con uno sport per ricchi e in cui arrivano in vetta per lo più bianchi, in quello femminile anche di più. Per riuscire in quell’intento la famiglia Williams si trasferisce dal Michigan a Compton, sobborgo di Los Angeles dove la violenza è pane quotidiano: ne farà le spese Yetunde, sorellastra di Venus e Serena, rimasta uccisa in una sparatoria nel 2003.

E vengono guardate con diffidenza quelle due ragazze allenate dal padre, che non è un allenatore professionista, anche quando iniziano a vincere i tornei giovanili: sono forti, potenti, atleticamente imponenti in uno sport, il tennis femminile, che è per lo più tattico. Poi l’ingresso nel circuito professionistico del 1997, quando batte subito due topo 10 del ranking come Mary Pierce e Monica Seles. L’anno dopo comincia a misurarsi con la sorella Venus: sconfitta al secondo turno agli Australian Open del 1998, si “vendicherà” a partire dal 2002, battendo la sorella cinque volte in finale tra Parigi, Wimbledon (due volte), Us Open e Australian Open. Venus diventa quasi una vittima sacrificale della grandezza di Serena, del suo spirito e della sua forza dominante.

Un dominio totale, all’inizio degli anni 2000 e non solo in campo: diventa una vera e propria icona Serena Williams che usa la sua potenza, la sua muscolarità anche in uno strumento di reazione al razzismo che racconta di aver subito. Sfila come modella, crea una linea di abiti sportivi che spesso porta in campo: sgargianti, coloratissimi (su tutti la tuta con una gamba scoperta ed una no dedicata a Florence Griffith) che spesso le sono costati scontro con i giudici di gara.

E non solo per i vestiti si sono consumati scontri tra gli arbitri e Serena Williams: basti pensare al “ti faccio ingoiare questa pallina” a mo’ di minaccia al giudice di linea che nel 2008 le costò l’esclusione dagli Us Open o allo scontro con Carlos Ramos durante il match contro la Osaka, sempre agli Us Open ma nel 2018, quando il giudice la accusa di coaching e lei gli dà del ladro, gridandogli “Se fossi stato un uomo non mi avresti trattato così”.

Tattica? Sì, ma pure una reazione in pieno stile Williams al sessismo che nel tennis c’è: Andy Murray per due volte ha dovuto ricordare le vittorie di Venus e Serena a intervistatori distratti, nel 2016, quando lo definirono “primo tennista a vincere due ori olimpici” con la sua replica “Venus e Serena Williams ne hanno vinti quattro” e nel 2017 quando commentando l’approdo di Querrey alla semifinale di Wimbledon, al giornalista che gli diceva che Querrey fosse il primo tennista americano ad approdare in semifinale dal 2009 ricordò che “Serena Williams ha vinto 12 grandi slam dal 2019”. 23 slam, uno in più di Nadal, in una carriera fatta di trionfi, cadute, problemi più o meno gravi (su tutti l’embolia polmonare del 2011). Giocherà ancora per qualche settimana Serena: al Wta 1000 di Toronto, al Wta 1000 di Cincinnati e infine agli Us Open poi a malincuore abbandonerà la racchetta: “Sono riluttante ad ammettere con me stessa o chiunque altro che sto per smettere di giocare a tennis”. Quella stessa racchetta che aveva imbracciato, come racconta, all’età di tre anni: nei restanti 38 l’ha usata piuttosto bene, forse meglio di tutte/i.

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