di Mario Pomini*

In questi giorni, e assai velocemente, i partiti stanno presentando le loro proposte sull’economia per le prossime elezioni autunnali. La destra si presenta con il consueto menù di finte liberalizzazioni e reali riduzioni fiscali per i benestanti, che sentitamente ringraziano. Uno scenario già visto e raccontato tante volte, ma sempre redditizio politicamente, evidentemente. Ma cosa accade a sinistra, cioè sul fronte progressista? Qui i due protagonisti principali sono il Pd di Enrico Letta e il Movimento 5 Stelle targato Giuseppe Conte, privo della sua ala draghiana convolata felicemente verso l’utile moderatismo centrista. Come si presenta questo scenario? Se il confronto tra le proposte dei due partiti fosse una partita di calcio, il risultato finale, da quello che finora si può vedere, sarebbe 3 a 1 per il Movimento di Conte, un successo schiacciante e francamente meritato. Vediamo perché.

Il partito di Conte ha almeno tre proposte indubbiamente forti sul piano elettorale. Ragionando sempre calcisticamente, si presenta in attacco con un formidabile tridente. La prima proposta è la riconferma del reddito di cittadinanza. La storia è nota ma forse si dimentica che la proposta dei 5 Stelle non è che una copia, non ben fatta peraltro, del piano Hartz tedesco che ormai ha vent’anni, e pur tra varie critiche è lo strumento fondamentale per contrastare la povertà in Germania.

Il Pd del Governo Gentiloni aveva approvato il Rei, il reddito di inserimento, che però è poca cosa al confronto, sia dal punto di vista economico che applicativo. Il reddito di cittadinanza può essere criticato in molti punti ma sta di fatto che più di un milione di cittadini in Italia riceve questo sussidio. Certamente questi elettori che percepiscono un reddito mensile medio di 581 euro difficilmente voteranno per i partiti che vogliono ridurlo, o addirittura eliminarlo (vedi Calenda). Soprattutto al Sud è facile immaginare un nuovo effetto elezioni 2018.

Il secondo asso dei 5 Stelle è il salario di cittadinanza, questa volta una novità. Oramai è chiaro che certi livelli salariali da sfruttamento non sono più accettabili, nemmeno in Italia. Portare il salario orario da 5 a 9 euro all’ora coinvolgerebbe circa due milioni di lavoratori che voterebbero volentieri i 5 Stelle per questo atto di civiltà economica. Anche il salario di cittadinanza, cioè un livello minimo del salario fissato per legge, non è qualcosa di rivoluzionario ma si ritrova in molti Paesi, contribuendo a mitigare una diseguaglianza cronica nella distribuzione dei redditi. Il costo per l’economia sarebbe modesto.

La terza proposta è la riconferma del superbonus edilizio, misura molto discutibile sotto tanti punti di vista ma che ha un’indubbia presa sull’immaginazione dell’elettorato. Qui il bacino degli interessati è molto ridotto, appena 150.000 proprietari, e quindi accantonarla non sarebbe una grande perdita elettorale e un sicuro beneficio per le casse pubbliche.

È necessaria una sua manutenzione ma sarà sicuramente uno dei cavalli di battaglia di Conte, magari con qualche revisione. Il fascino retorico ed elettorale del bonus edilizio del 110% è indubbiamente fenomenale. Queste sono, credo, le tre proposte premium, usiamo un linguaggio da marketing elettorale, della squadra di Conte, insieme alle molte altre che verranno. Proposte già in parte testate, che coinvolgono milioni di famiglie, che sono alla portata di bilancio, pur con qualche sofferenza contabile. Da sole possono garantire un’ottima resa elettorale ai 5 Stelle in molte parti del Paese soprattutto negli ambiti collegi uninominali.

Cosa troviamo dall’altra parte? Quali sono le proposte del Pd? Finora, leggendo anche il testo dell’accordo con il partito di Calenda, non sembra esserci molto, sempre dal punto di vista di un elettore progressista. L’unica proposta in campo, almeno da quello che si legge, pare che sia una tassa di successione su patrimoni multimilionari per dare una dote ai giovani. Questa tassa è un classico anche del liberismo economico e su questo punto non si dovrebbe neanche discutere. L’idea, poi, di dare con il suo gettito una dote economica ai giovani appare alquanto aleatoria e vaga. Quali giovani, intanto, e con quale importo? Ci sono molti altri interventi a favore dei giovani che si potrebbero fare. Per fare un esempio, posso solo dire che un modo molto concreto e senza costi di aiutare i giovani sarebbe quello di abolire gli anacronistici esami di Stato per l’accesso alle professioni e sostituirli con efficaci tirocini abilitanti pagati (come è stato fatto per i laureati in medicina). Questa propostina sulle tasse ai patrimoni multimilionari del Pd potrà strappare l’applauso in qualche sede di partito ma difficilmente scalderà l’elettorato progressista, che vorrebbe vedere un Letta in versione francese, alla Jean-Luc Mélenchon, e non quella in versione tristemente tecnocratica alla Mario Draghi.

Con i suoi astrusi calcoli meramente elettorali Letta si sta alienando completamente le simpatie del popolo della sinistra che invece spingeva in una direzione completamente differente, come si è visto nelle ultime tornate delle elezioni amministrative, ad esempio a Verona. Quindi, sul fonte progressista la partita finisce 3 a 1 per il Movimento 5 Stelle. Su quello nazionale, se si va divisi, la partita si fa dura con la quasi certezza di spianare la strada al successo della destra populista e reazionaria.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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