Boris Johnson voleva essere World King e invece la sua carriera si è conclusa con tre anni disastrosi al number 10. Si lascia dietro soltanto una scia di scandali – dalle feste durante il lockdown alla scoperta di deputati conservatori accusati di aggressioni sessuali. Nel frattempo ci sono 6,2 milioni di persone in lista d’attesa per i trattamenti medici, il numero più alto dal 2007, l’economia inglese è tra le più deboli del G7, due milioni di inglesi saltano un pasto per via dell’inflazione. Tutto questo sta accadendo in uno dei paesi più ricchi del mondo ma nessuno nel governo offre soluzioni – quest’ultima settimana si sono lasciati tutto alle spalle.

Johnson ha governato senza alcun senso di responsabilità.

Quando è stato finalmente costretto a dimettersi la settimana scorsa, a seguito del passo indietro di almeno 38 ministri del suo gabinetto (il numero più alto nella storia inglese), non ha mostrato neanche un segno di rimorso. Parlava in modo altezzoso, sottolineando il fatto che sono stati i suoi ministri a farlo dimettere anche se è stato lui ad aver portato quella vittoria schiacciante dei conservatori nel 2019. È stata una scena ben diversa rispetto alle dimissioni di Theresa May nel 2019, quando non riuscì a far passare il suo accordo commerciale con l’Ue nel parlamento. May era visibilmente ferita, parlava tra i singhiozzi. Invece Johnson non si è comportato come un leader alla fine della sua strada ma come un leader che sta per entrare in una lotta – non molto diverso da come si comportò Trump quando Biden vinse le elezioni presidenziali.

Certo, è rarissimo che un governo che vince con una tale maggioranza cada dopo tre anni in tempo di pace. Ma con Johnson come primo ministro questa fine era prevedibile.

Sin dall’inizio Johnson ha brillato per mendacità e scarsa professionalità. È stato licenziato da giornalista del Times per aver inventato una citazione in prima pagina. Ha scritto diversi pezzi razzisti, l’ultimo nel 2018 dove ha paragonato le donne musulmane che portano il burqa a cassette delle lettere, alimentando l’aumento dell’islamofobia nel Regno Unito. Si è incontrato diverse volte, quando era ministro degli Esteri, con l’ex agente Kgb e oligarca russo Alexander Lebedev, al tempo dell’avvelenamento doloso di Sergei Scripal e la figlia a Sailsbury. Per di più, ha elevato alla Camera Alta il figlio di Lebedev, Evgeny, respingendo l’avvertimento del parlamento contro questa decisione per ragioni di sicurezza nazionale. Ha dato soldi statali alla sua ex amante, l’imprenditrice americana Jennifer Arcuri, mentre era il sindaco di Londra. E i 40 ospedali che ha promesso di costruire durante l’elezione del 2019? Un’altra iperbole. Non ha dato abbastanza soldi alla National Health Service per costruirli: infatti, servirebbero almeno 20 bilioni di sterline e il budget per questo progetto è soltanto di 3,7 bilioni.

Rory Stewart, ex deputato conservatore nel gruppo moderato e filoeuropeo del partito, ha detto che l’Inghilterra sotto Johnson gli ricorda l’Italia di Silvio Berlusconi. Infatti Johnson ammirava Berlusconi: nel 2003 ha scritto un pezzo su di lui, intitolato Forza Berlusconi!, dove elogiava la sua personalità vivace, paragonandolo a Jay Gatsby: “meglio di tutti quanti”.

Effettivamente Boris Johnson è il Berlusconi inglese. Sono entrambi uomini che devono gran parte del loro successo alla loro capacità svergognata di imbrogliare e di intrattenere il pubblico con battute. Si abbassano a livelli tali da ridurre di conseguenza le nostre aspettative su un primo ministro. Data la loro capacità di cavarsela nel mondo brutale della politica si considerano al di sopra delle regole (nel caso di Berlusconi, anche della legge).

Inoltre, non possiamo negare il senso di sollievo che accompagna la dimissione di Johnson, richiesta dalla maggioranza del popolo e anche da chi ha votato i conservatori nelle ultime elezioni. Giovedì, nel piccolo supermercato sotto la metro di Westminster, deputati e ricercatori Labour e Tory compravano alcolici per celebrare le dimissioni del primo ministro bugiardo.

Tuttavia le dimissioni di Boris Johnson non rimetteranno il Regno Unito sulla retta via. Il partito conservatore sopravvive nella politica inglese grazie alla sua tendenza decennale a reinventarsi, trovare nuovi leader e nuovi slogan. Ma la maggior parte dei Tory che si candidano, da Rishi Sunak a Liz Truss, hanno dato il loro sostegno a Johnson e lo hanno difeso fino all’ultimo minuto. Alcuni di loro si sono vantati del clientelismo durante la pandemia. Sono complici nella gestione spericolata di Johnson perché lo hanno eletto come leader dei conservatori. Come ha detto il giornalista Jonathan Freedland, i ministri che si sono dimessi in questi giorni hanno gattonato nella pozzanghera del Johnsonismo per tre anni, non è possibile che si siano accorti della puzza soltanto adesso.

Prima dell’arrivo di Johnson c’erano dei problemi. Il tasso di povertà infantile nel Regno Unito non ha smesso di alzarsi da un minimo storico negli ultimi dodici anni di governo conservatore. Certo, Johnson ha ridotto l’Nhs a pezzi ritardando il lockdown nel marzo del 2020, ma già prima della pandemia la lista d’attesa era lunghissima.

I laburisti fanno bene a non ringraziare i ministri conservatori che hanno spinto Johnson a dimettersi perché sono dodici anni che i conservatori trascurano il paese. Hanno scelto il modo più irresponsabile di tirare fuori Johnson: potevano cacciarlo con il voto di fiducia a giugno senza fermare il lavoro del parlamento e i reparti del governo in un tempo di crisi. Perché la vera vittoria per il popolo del Regno Unito arriverà solo quando ci si libererà dei conservatori e questa vittoria resta sulle spalle di Keir Starmer.

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