All’inizio il giornalismo, poi la politica. Boris Johnson nasce a New York il 19 giugno 1964: la sua carriera comincia nel mondo dell’informazione e poi cambia direzione. Il nuovo corso inizia nel 2001, quando viene eletto alla Camera dei Comuni in rappresentanza del collegio elettorale Henley. Durante il suo mandato Johnson è due volte portavoce conservatore per affari, innovazione e competenze mentre il partito è fuori dal governo. Poi, nel 2008 (e fino al 2016) è alla guida della capitale: viene eletto e riconfermato sindaco di Londra. Il 2016 è anche l’anno della Brexit, che lo vede impegnato come co-leader della campagna per portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea. Entra così in conflitto con David Cameron, l’allora primo ministro dimessosi in seguito alla vittore del ‘leave’ contro il ‘remain’ nel referendum nazionale del 23 giugno di quell’anno. Sale al comando Theresa May, che nomina Johnson ministro degli Esteri. Il sodalizio dura poco: nel 2018 BoJo si dimette in opposizione alla ‘Brexit morbida‘ voluta dalla stessa May, che avrebbe mantenuto stretti legami con l’Ue. Il 7 giugno del 2019 è l’allora leader del Partito conservatore a rassegnare le dimissioni: l’accordo che ha negoziato con l’Ue in merito all’uscita del Regno Unito non convince il Parlamento.

Il 23 luglio 2019 Johnson viene eletto leader Tory, e il giorno dopo inizia il suo governo. Eredita un esecutivo di minoranza che si basa sui voti del Partito democratico Unionista dell’Irlanda del Nord. Lo chiude fino a metà ottobre, dando agli oppositori meno tempo per contrastare una Brexit senza accordi. Intanto, a settembre, ventuno legislatori ribelli del Partito conservatore sostengono la legislazione che richiede al governo di cercare un’estensione dei negoziati se non riesce a negoziare un accordo con l’Ue. Il provvedimento passa e i ribelli vengono espulsi dal partito. A fine settembre, la Corte Suprema del Regno Unito dichiara illegale la sospensione del Parlamento da parte del governo. A ottobre Johnson chiede all’Unione di ritardare ancora l’uscita di Londra: la nuova scadenza è il 31 gennaio. Il 6 novembre il Parlamento viene sciolto, ma 12 dicembre 2019 Johnson ottiene una maggioranza di 80 seggi alle elezioni generali, che gli consente il sostegno per far approvare la legislazione sulla Brexit, che diventa legge il 23 gennaio del 2020 dopo l’approvazione del Parlamento del Regno Unito.

Due anni dopo, il 23 marzo del 2022, il governo torna sotto accusa. Si attira critiche da più fronti con un piano di spesa che non convince, perché ritenuto poco efficace contro l’aumento del costo della vita. Il ministro del Tesoro Rishi Sunak si rifiuta di ritardare un previsto aumento dell’imposta sul reddito o di imporre una tassa sugli utili inaspettati alle compagnie petrolifere e del gas che beneficiano dell’aumento dei prezzi dell’energia. In aprile, Johnson incontra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev, promettendo un nuovo pacchetto di sostegno militare ed economico. Poco dopo, Johnson viene multato di 50 sterline per aver partecipato a una delle feste a Downing Street durante il lockdown: è il cosiddetto ‘partygate‘. Il primo ministro si scusa, ma i partiti di opposizione lo accusano di essere il primo primo ministro del Regno Unito nella storia che ha dimostrato di aver infranto la legge mentre era in carica.

In parallelo, il 18 maggio 2022, l’Office for National Statistics pubblica i dati che mostrano un’accelerazione dell’inflazione annuale al 9% ad aprile, la più alta in 40 anni. Il rapporto alimenta le richieste al governo di fare di più per combattere la crisi per il costo della vita alimentata dall’aumento dei costi energetici. Il 22 maggio 2022 riemerge il Partygate: vengono pubblicati i risultati dell’indagine. Il rapporto descrive in dettaglio casi tra maggio 2020 e aprile 2021 di alcol eccessivo, danni alla proprietà e mancanza di rispetto nei confronti degli addetti alle pulizie e del personale di sicurezza. Johnson afferma di aver partecipato “brevemente” ad alcuni incontri per ringraziare membri del personale che lasciavano l’incarico e che non era a conoscenza degli eccessi avvenuti dopo la sua partenza.

Il 3 giugno il clima è già teso: Johnson viene fischiato mentre entra nella cattedrale di St. Paul per partecipare alle celebrazioni del Giubileo di platino della regina Elisabetta II, in quello che i critici suggeriscono essere un momento decisivo per la sua popolarità. Tre giorni dopo il premier ottiene il voto di fiducia dei Tory, ma circa il 41% del suo partito vota contro di lui, mettendo in dubbio la sua futura leadership. A luglio 2022 scoppia lo scandalo che coinvolge Chris Pincher, vice capogruppo dei Tory, accusato di aver palpeggiato due uomini in un club privato di Londra. Emergono casi di precedenti molestie. Pincher era stato nominato ‘deputy chief whip’, cioè responsabile della disciplina dei deputati Tory. Johnson afferma di non essere stato a conoscenza dei suoi trascorsi, ma è costretto poi a ritrattare la sua versione per rivelazioni di un ex alto funzionario. È la miccia che fa esplodere le dimissioni dei membri del governo, uno dopo l’altro: il numero di chi lascia supera i 50. Si rincorrono le pressioni, da più parti, perché Johnson ceda e accetti di dimettersi. Alla fine succede, il 7 luglio. Lascia la guida del partito e, a fine estate, sarà sostituito da un nuovo premier.

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