Se fino a ieri poteva apparire una voce credibile, da oggi, papa Francesco va annoverato tra i vecchi tromboni della Chiesa sulle questioni che riguardano la sessualità.

Sono andato oltre le dichiarazioni raccolte dai quotidiani. Ho letto l’intero documento degli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale e seppur elogio lo sforzo di Bergoglio nel richiamare alla serietà del rito che unisce una coppia davanti a Dio e all’ecclesia, trovo anacronistico, fuorviante e pericoloso il richiamo alla castità al capitolo 57.

Cita il documento: “A questo proposito non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune. La castità va presentata come autentica ‘alleata dell’amore’, non come una sua negazione. Essa, infatti, è la via privilegiata per imparare a rispettare l’individualità e la dignità dell’altro, senza subordinarlo ai propri desideri. La castità insegna ai nubendi i tempi e i modi dell’amore vero, delicato e generoso e prepara all’autentico dono di sé da vivere per tutta la vita nel matrimonio”. Non solo il documento parla anche di una castità “vissuta nella continenza”.

Siamo di fronte ad un messaggio che nuovamente, fa della sessualità qualcosa di peccaminoso, di “sporco”, di lontano dalla generosità, dalla bellezza del godimento, del piacere, dell’esaltazione dell’incontro intimo, del dono.

Papa Bergoglio con queste dichiarazioni arroccate ad un’immagine di Chiesa da “santino” ha perso l’occasione per avvicinarsi alla realtà, ai giovani. E’ un pontefice che su questa partita non è più credibile e dimostra di non conoscere le nuove generazioni.

Che piaccia o meno a Francesco, oggi, i primi rapporti sessuali molti ragazzi li hanno a 13 anni. Molti miei ex studenti con i quali ho mantenuto rapporti o altri ragazzi di 16-17 anni con i quali ho il dono di condividere un rapporto di amicizia, mi raccontano di esperienze sessuali che maturano a quell’età. Amici preti mi hanno confidato che nelle giornate mondiali della gioventù, “sotto” gli occhi della Chiesa (sul palco a centinaia di metri), nelle notti in attesa dell’arrivo del pontefice, i papa boys e girls si conoscono meglio nei sacco a pelo o nelle tende. Nulla di nuovo rispetto a quanto avveniva anni fa agli incontri internazionali della comunità di Taizè, ai quali ho partecipato più volte.

Vale forse la pena di ricordare un prete che, nonostante l’età, non si è mai allontanato dai giovani, don Andrea Gallo che diceva: “No al divorzio, no all’aborto, no alla fecondazione artificiale, no all’eutanasia, no al sesso prima del matrimonio, no a questo e no a quello. Ma che amore è questo? Che buona novella è? Più che portare amore portate sfiga”.

Ma se don Gallo è sicuramente troppo anarchico per molti mi sembra che non lo sia Enzo Bianchi che proprio sulla parola castità nel 2017 sull’Osservatore Romano scriveva:

Castità è una parola quasi sempre non compresa, anzi misconosciuta e derisa, soprattutto perché è confusa con l’astinenza sessuale, con il celibato. La sessualità sta nello spazio del dono, perché richiede di dare e di ricevere e si colloca sempre nella relazione tra due soggetti. La sessualità non si riduce alla genitalità, e dunque la capacità di dono e di accoglienza è più ampia di quella esercitata nella genitalità: investe, infatti, l’intera persona e le sue relazioni. Per questo la sessualità è cosa buona e bella, ma il suo uso può essere intelligente o stupido, amante o violento, legato all’amore o semplicemente alla pulsione. La sessualità ci spinge alla relazione con l’altro, ma dipende da noi cercare, in questa relazione, l’incontro o il possesso, la sinfonia o la prepotenza, lo scambio e la condivisione o il narcisistico possedere l’altro. Si pensi all’incontro sessuale dei corpi nella loro nudità e all’intimità che ne deriva. Quando i corpi nella nudità si incontrano e si intrecciano, si accende una conoscenza reciproca che non è comparabile a quella che possono avere l’uno dell’altro anche gli amici più intimi. Condividere il corpo, condividere il respiro, condividere il letto crea un’unione che è “conoscenza unica”, è — oserei dire, citando Giovanni Paolo ii — «liturgia dei corpi», è conoscenza di una profondità unica. Quando si tocca un corpo, non si tocca qualcosa, ma una persona, che non è un oggetto di piacere, che non può essere consumata, ma che è possibilità di comunione autentica. Senza questa comunione non è possibile la castità, ma solo l’obbedienza alla pulsione, all’estro, al possesso.

Il problema è proprio questo: educare alla sessualità, non reprimerla con la castità. E in questo la Chiesa e la scuola non hanno ancora compreso il loro ruolo. Mi piacerebbe raccontare al Papa questo episodio: anni fa ero in aula e stavo insegnando la Lombardia, in quinta primaria. Mentre parlavo, mostravo immagini, due alunne – chiaramente distratte – sfogliavano sotto il banco un giornale. In genere lascio correre, non mi intrometto subito ma vista la loro insistente curiosità decisi di andare a vedere cosa le interessava tanto. Avevano tra le mani Ragazza moderna e stavano leggendo due pagine sul petting.

Da quel giorno mi chiedo: dobbiamo pensare che sia Ragazza moderna ad educare alla sessualità o può farlo la scuola e magari anche la Chiesa in maniera libera, cosciente e moderna?

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