L’incontro a Los Angeles tra il presidente Usa Joe Biden e quello brasiliano Jair Bolsonaro è stato uno spettacolo attentamente coreografato, un gioco di specchi in cui quello che i leader si sono detti non corrisponde ai rispettivi sentimenti e allo stato delle relazioni tra i due Paesi. Biden ha elogiato Bolsonaro per il “buon lavoro” nel preservare la foresta amazzonica, ma ha subito aggiunto una frase che per il collega brasiliano corrisponde a una bestemmia. Da parte sua, Bolsonaro ha parlato delle “affinità che i nostri due governi hanno”. In realtà, i due governi non potrebbero essere più lontani e l’uno spera nella caduta dell’altro, e viceversa. Oltre il balletto delle dichiarazioni e dei sorrisi, è stato molto più esplicito il linguaggio dei corpi. Davanti ai fotografi, i due si sono tenuti fisicamente lontani e non si sono mai stretti la mano.

Per capire le ragioni del meeting bisogna fare la cronaca di quanto avvenuto nelle ultime settimane. Quest’anno a Los Angeles, per la prima volta dall’evento inaugurale del 1994, gli Stati Uniti hanno ospitato il Summit delle Americhe. Doveva essere l’occasione per riaffermare l’egemonia statunitense in un’area in cui l’influenza cinese si sta allargando. In realtà il vertice si è risolto in un mezzo disastro diplomatico per Biden. Gli Stati Uniti hanno deciso di non invitare a Los Angeles Cuba, Nicaragua e Venezuela. Per protesta, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador e i leader di El Salvador, Guatemala e Honduras hanno deciso di non presentarsi al summit, ma di mandare delegazioni di secondo piano.

A questo punto per l’amministrazione Biden si è posto il problema della partecipazione del Brasile, il terzo Paese per dimensioni delle Americhe. Se anche Bolsonaro avesse deciso di snobbare l’evento, l’umiliazione per Biden sarebbe stata profonda (tanto più che anche il presidente argentino Alberto Fernandez si mostrava poco convinto della lista di inviti). Alla fine, un alto funzionario dell’amministrazione è stato inviato a Brasilia per recapitare l’invito. La risposta brasiliana è stata condizionata. Bolsonaro sarebbe venuto soltanto se Biden gli avesse garantito un incontro bilaterale e non avesse affrontato alcune delle questioni più controverse che dividono i due Paesi: Amazzonia, elezioni, rispetto delle regole democratiche. Bolsonaro, è stato detto, non voleva ripetere l’esperienza patita al recente vertice del G20 a Roma, quando Biden gli sarebbe passato davanti “facendo finta che io non esistessi”. Gli statunitensi hanno dato le assicurazioni richieste e Bolsonaro è partito.

Si è trattato per l’appunto dell’incontro tra due uomini politici che non si amano e che non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Il presidente brasiliano, uno tra i leader più vicini a Donald Trump, è stato tra gli ultimi a congratularsi con Biden per la vittoria alle presidenziali. Ancora recentemente, in un’intervista a una tv brasiliana, ha messo in dubbio la vittoria di Biden e si è preso gioco dell’aspetto fisico del presidente americano. Altre ragioni di preoccupazione per l’amministrazione Usa sono state la legge che rende più facile acquistare un’arma in Brasile, e l’aperto disprezzo per i diritti delle persone transgender mostrato da Bolsonaro. Anche se, ovviamente, sono due i capitoli aperti che dividono di più. Uno è l’Amazzonia. In campagna elettorale, Biden aveva apertamente criticato la presidenza brasiliana per la deforestazione. Da parte brasiliana erano recentemente venute alcune rassicurazioni e alla conferenza di Glasgow il Brasile si era impegnato a introdurre tutele ambientali e a stabilire contatti regolari con le autorità statunitensi.

Le promesse si sono rivelate del tutto vane. La deforestazione continua a un ritmo sempre più veloce. Tra l’agosto 2020 e il luglio 2021 l’Amazzonia ha perso altri 13.235 chilometri quadrati di foresta pluviale. Si tratta del risultato peggiore degli ultimi 15 anni, che il governo brasiliano ha tenuto nascosto fino alla conclusione della conferenza di Glasgow. L’altra questione importante che divide Stati Uniti e Brasile riguarda il voto. A ottobre nel Paese sudamericano ci sono le presidenziali e le previsioni non sono buone per Bolsonaro. Il suo rivale, l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, appare favorito e di fronte a una sconfitta quasi certa Bolsonaro ha dichiarato che potrebbe non riconoscere l’esito del voto. “Solo Dio mi può cacciare”, ha detto, chiedendo inoltre che dal sistema di voto elettronico si torni alle schede prestampate. La preoccupazione di molti, dentro e fuori il Brasile, è che Bolsonaro segua l’esempio di Trump rifiutandosi di riconoscere la sconfitta e chiamando a raccolta i suoi per azioni potenzialmente violente ed eversive. In un incontro all’ambasciata statunitense di Brasilia a luglio, il capo della Cia William Burns ha detto ai funzionari brasiliani che Bolsonaro la deve smettere di attaccare il sistema elettorale. A rendere ancora più tempestosi i rapporti è venuto l’appoggio di Bolsonaro a Vladimir Putin. Il presidente brasiliano è stato uno degli ultimi leader mondiali a vedere Putin prima dell’invasione dell’Ucraina e ha detto di provare un senso “di solidarietà con Mosca”. In vista del summit e delle possibili mosse di Biden, Bolsonaro si è subito premurato di dichiarare che “il Brasile resta aperto a collaborare per mettere fine alla guerra, ma data la dipendenza da certi attori stranieri, dobbiamo restare cauti: ho un Paese da portare avanti“. Del resto, i fertilizzanti russi restano fondamentali per lo sviluppo dell’agricoltura brasiliana.

Questo è dunque il contesto che ha preceduto l’incontro tra Biden e Bolsonaro. E per questo sorrisi e dichiarazioni distensive tra i due leader sono apparsi come un balletto diplomatico di scarsa sostanza. Biden ha definito il Brasile “un Paese magnifico con gente splendida”, dicendosi fortunato ad averlo visitato più volte. Bolsonaro ha risposto spiegando che il Brasile “ha un interesse enorme nello sviluppare relazioni sempre più strette con gli Stati Uniti”. Attribuendo “all’ideologia” le incomprensioni passate, Bolsonaro ha parlato delle “opportunità e delle affinità che i nostri due governi hanno”. Come promesso dagli statunitensi, tutti i temi più caldi sono rimasti fuori dalla conversazione, almeno da quella che i due leader hanno avuto in pubblico. Solo l’Amazzonia, a un certo punto, è stata evocata, quando per l’appunto Biden ha elogiato gli sforzi brasiliani nella tutela della foresta pluviale. Una dichiarazione che appare paradossale, vista la realtà della distruzione portata avanti dal governo brasiliano, ma che deve essere letta in stretto rapporto a quello che Biden ha detto subito dopo: “Penso che il resto del mondo dovrebbe essere capace di aiutare il Brasile nella tutela della foresta”.

Si tratta di parole che per il governo brasiliano hanno l’effetto di un colpo durissimo. Bolsonaro ha spesso rivendicato “la sovranità brasiliana nell’area”, e qualsiasi offerta di partecipazione allo sforzo di tutela dell’Amazzonia è stata rigettata come un’inammissibile ingerenza. Che Biden, nel primo incontro pubblico tra i due, abbia evocato proprio la collaborazione internazionale, è apparso alla delegazione brasiliana come una trappola non annunciata. Il fatto è che Washington, nei confronti della presidenza Bolsonaro, ha ormai adottato una strategia precisa. Mantenere aperti i canali di collegamento, in attesa di quello che viene considerato un esito ormai certo. E cioè la caduta dell’attuale presidente brasiliano tra quattro mesi. Non sfugge però a molti osservatori il rischio della posizione americana. Come ha spiegato Rubens Barbosa, presidente dell’Institute of Internazional Relations and Foreign Trade, Bolsonaro “potrebbe usare l’incontro con Biden per parare le critiche interne sul suo isolamento internazionale”. La scelta statunitense di non affrontare direttamente Bolsonaro si rivelerebbe quindi come l’ultima delle tante esitazioni, dei numerosi errori di calcolo, che questa amministrazione sta collezionando in politica estera.

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