Il 9 maggio, la data attesa come un segnale significativo riguardo tempi e andamento dello scenario bellico, non ha indicato come si ipotizzava solo qualche settimana prima la possibile fine di una guerra tanto assurda quanto terrificante, perché “l’operazione militare speciale” di Putin non sta lontanamente producendo i risultati che il tiranno si prefiggeva. La Z disegnata nel cielo di Mosca dai caccia nelle prove per la celebrazione della Victory Parade a ridosso della celebrazione, un’immagine plasticamente stridente dello scarto tra la propagandistica esibizione di potenza del regime e il bilancio attuale sul campo, “a causa del tempo incerto” è stata archiviata.

E, a differenza di quanto era stato annunciato, come abbiamo visto il 9 maggio non è stato nemmeno l’occasione per dichiarare “la guerra totale” all’Ucraina da “denazificare” da cima a fondo, perché avrebbe comportato l’ammissione implicita del fallimento “dell’operazione speciale”. Il ridimensionamento della portata propagandistica ad uso interno della Vittoria sul nazismo è stato indirettamente evidenziato anche dal tenore delle celebrazioni a Donestk e Lugansk e soprattutto dalla parata prevista “senza alcun dubbio” già dal 20 aprile a Mariupol, dove secondo la vice-sindaca insediata dai russi la popolazione si aspettava questo evento: una sfilata di russofili, per lo più in abiti civili, con un drappo e che sventolano bandiere rosse dietro il capo dell’autoproclamata repubblica di Donestk, senza nessun mezzo militare al seguito.

A Mosca il discorso di Putin, in un plastico isolamento per l’assenza di qualsiasi ospite straniero, dalla tribuna in cui campeggiavano i volti a dir poco inquietanti di icone militari già simbolo della resistenza a Hitler convertite in testimonial dell’aggressione, è stato “molto difensivo, auto-giustificativo e fondamentalmente rivolto alla sua opinione pubblica e alla sua élite”. Per il motivo semplice e stringente che lo zar, come ha spiegato sinteticamente Lucio Caracciolo, “sta affrontando una mezza sconfitta sul piano militare e una totale sul piano strategico”.

Ma non per questo le sue parole sono state meno manipolatorie e meno perverso è stato il rovesciamento di tutto ciò che è accaduto: dal remoto passato della seconda guerra mondiale, ridotta ad autocelebrazione della solitaria potenza russa contro il male assoluto del nazismo, fino al parallelismo odierno tra la difesa da Hitler a cui fu chiamata la Russia di allora e la “guerra preventiva” a cui sarebbe stata costretta la Federazione Russa oggi. Un paese, nella rappresentazione putiniana, tuttora minacciato da nemici formidabili, portatori di una cultura degradata e decadente che vuole minare i valori sani e costitutivi fondati su Dio (quello del multimiliardario patriarca Kirill) – patria, famiglia della sempre grande madre Russia – e che hanno il volto del “nazista” Zelensky, dei falchi della Nato, dell’americano Biden.

Quanto alle reali finalità del fin troppo “cauto discorso” dello zar – che ha dovuto ammettere, tra l’altro, l’entità delle perdite russe e che ha rivolto parole accorate nei confronti dei familiari dei tanti soldati morti lasciati vergognosamente insepolti sul disastrato suolo ucraino – come era prevedibile si sono rivelate tutte da decifrare e più ancora da demistificare. Solo a distanza di pochi giorni ci stiamo rendendo conto che quelle parole “meno minacciose”, solo perché non è stato evocato lo spettro dell’attacco nucleare, più che preludere a una reale intenzione di venire a più miti consigli e aprire finalmente una fase negoziale, come vogliono vedere “i pacifisti a prescindere”, facevano parte di una tattica pseudo-distensiva che avrebbe anticipato una fase più cruenta del conflitto.

Il 78esimo giorno di guerra ha registrato l’intensificarsi di raid russi su Kharkiv, Zaporizhzhia e sul distretto di Kryvyi Rih nel sud-est dove, ancora una volta, sono state usate bombe a grappolo e al fosforo. In contemporanea sul fronte delle dichiarazioni russe, nell’alternanza pianificata di “bastone e carota” per incunearsi più proficuamente nelle crepe occidentali, domina l’allarme del Cremlino per la presunta “minaccia” dell’adesione della Finlandia alla Nato con consueto corollario di intimidazioni da parte di Medvedev, vicepresidente del consiglio di sicurezza, e di Peskov, portavoce di Putin.

La recrudescenza diffusa degli attacchi dopo l’intervento celebrativo di Putin, percepito quasi come distensivo, non ha distolto la determinazione all’annientamento dei militari sopravvissuti nell’Azovstal, dove oltre a intensificare i bombardamenti che hanno distrutto anche il secondo presidio medico i russi stanno bloccando le uscite dai passaggi sotterranei dell’acciaieria, secondo quanto riferito dal consigliere del sindaco di Mariupol Petro Andryuschenko. Mariupol, “torturata a morte ed esempio di come la tortura e la fame siano usate come armi di guerra dai russi che pensano di agire impuniti in quanto potenza nucleare”, lo ha detto Volodymyr Zelensky rivolgendosi al think tank londinese Chatham House, continua a rappresentare la ferita più lacerante che interpella le nostre coscienze. Se possibile qualcosa di ancora più devastante dei crimini accertati anche dall’indagine di Amnesty International a Bucha e nell’area di Kiev, per l’orribile immensità di una tragedia totale che cumula le seicento vittime del teatro, prima a lungo negate e/o attribuite agli ucraini da troppi sedicenti pacifisti, per la teoria ininterrotta di fosse comuni, per l’agonia dei resistenti imprigionati nell’inferno dell’Azovstal.

Solo lo stallo della situazione sul campo e l’impossibilità di poter rivendicare la piena e definitiva “liberazione” da parte dei russi a causa della resistenza strenua dei combattenti nell’Azovstal hanno impedito che una città devastata oltre ogni immaginazione, dove le persone sono state torturate a morte e le fosse comuni sono piene non tanto di vittime di un evento militare ma dall’efferatezza dell’aggressore, diventasse il 9 maggio teatro di un’esibizione muscolare centrata sul culto stalinista e sull’ideologia para-nazista. Ma l’incubo potrebbe essere stato solo rimandato a data da definire “dopo la vittoria” e sulle macerie fumanti dell’acciaieria e sui corpi stratificati delle enormi fosse comuni si potrebbe ancora celebrare la macabra rievocazione della marcia dei vinti del 1944 con cinquecento prigionieri, sempre che tanti ne rimangano ancora in vita nelle viscere dell’Azovstal, quando sarà stata espugnata dai russi “corroborati” dai mercenari di Kadyrov.

Intanto le “anime belle” del pacifismo nostrano, che copre tutti i colori e include tutti i calcoli particolaristici, sono solo concentrate contro ogni considerazione umanitaria a stigmatizzare in toto gli attuali sopravvissuti, di cui circa cinquecento feriti o orrendamente mutilati ormai privi anche di acqua, come feroci nazisti, facendo proprie anche informazioni e notizie filtrate dalla propaganda russa. E così succede che si mettano sotto la lente di ingrandimento i tatuaggi altamente discutibili del battaglione di estrema destra mentre si tace sulle gesta e i campi di tortura del “fante di Putin” Ramzan Kadyrov, sanguinario assediante dell’Azovstal. E analogamente viene bersagliato di feroci critiche Papa Francesco, eletto a suprema voce di verità se dice no alle armi, quando riceve e ascolta le “lady Azov”, probabilmente dagli stessi “pacifisti” negazionisti di Bucha.

E incredibilmente si levano voci ovviamente sempre infinitamente pacifiche e desiderose di veder cessare l’orrenda guerra che, of course, Biden vuole accanitamente prolungare molto più di Putin, allarmatissime per come riuscire “a disarmare i nazisti dell’Azov se si arrivasse a un cessate il fuoco”. Con tanto di sfottò per il povero Letta, “mitraglietta” o “baionetta” in veste di improbabile disarmatore, sbeffeggiato solo perché vuole sostenere la resistenza ucraina con gli strumenti che servono per realizzarla. Ci manca solo di ascoltare qualche esplicito endorsement per l’intenzione attribuita a Putin di stanare tuti i resistenti che comprendono anche i marines della 36esima brigata dai meandri dell’acciaieria con le armi chimiche, onde prevenire “il pericolo” della mancata consegna delle armi.

Furio Colombo a Tagadà del 6 maggio, quando i civili stavano uscendo sotto le bombe russe, di cui tuttora non si sa con assoluta certezza se sia stata completata l’evacuazione, aveva messo a nudo il limite e la contraddizione del pacifismo all’italiana evidenziando che parla “di pace, America e armi ma non di morti, aggressione, orrore per quello che Putin sta praticando biecamente all’Azovstal e che ci riguarda tutti”. E sui pacifisti “cattivi, violenti, intolleranti” che ti accreditano come pacifista solo se ripudi Zelensky si era diffusamente soffermato sul Fatto del 1 maggio: “… se sentite qualcuno che improvvisamente grida, sgrida, attacca e condanna con furore, vuol dire che c’è un pacifista”.

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