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“E i riesini?”. “Stacci lontano che quelli ci mettono in galera”. Nell’inchiesta su Toti i voti di Cosa nostra a Genova

I Gemelli. Il ruolo dei forzisti Testa - L’intercettazione. Il presidente della giunta mentre parla di finanziamenti eventuali dai riesini: in questo caso “vanno ritirati a mano”

8 Maggio 2024

C’era lo yacht di Aldo Spinelli, su cui discutere favori in porto e per operazioni immobiliari, in cambio di finanziamenti elettorali. Poi c’erano i voti che puzzavano, il sostegno elettorale della comunità riesina del quartiere di Certosa, gestito secondo la Procura di Genova da personaggi legati al clan mafioso nisseno Cammarata: “È come la mortadella: poca spesa e tanta resa. Dieci giorni dopo ci sono le elezioni, te una volta che hai fatto quello blocchi il numero, grazie e arrivederci”.

La sintesi è di Matteo Cozzani, capo di gabinetto e braccio destro di Giovanni Toti, che in questa intercettazione provava a convincere una candidata riluttante, Ilaria Cavo, eletta prima in consiglio regionale e poi in Parlamento, a farsi vedere a una cena elettorale dei “riesini”, a cui parteciperanno 300 persone. Cavo, “non sembra intenzionata a partecipare”, scrivono gli inquirenti, ma al telefono “non esprime le ragioni della sua perplessità”. Se i rapporti con quel mondo di sotto sono costati a Cozzani l’accusa di corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, Cavo, che oggi dice di non ricordare quella conversazione, non è invece indagata, sebbene dalle intercettazioni emerga come pacchetti di voti vengano dirottati proprio su sul suo nome: “Non ho chiesto sostegno, non ho partecipato a riunioni, non avevo bisogno di quei voti – ha spiegato ieri, raggiunta al al telefono dal Fatto – rispondo per quello che ho fatto io e non altri. Ognuno cerca consenso dove si sente più affine. Sono serena, non sono coinvolta nelle indagini e sono pronta a fornire spiegazioni se mi verrà richiesto”. Un passaggio che è molto probabile: la Procura di Genova, questa parte dell’inchiesta viene coordinata dal pm Federico Manotti e dal procuratore Nicola Piacente, potrebbe convocarla come testimone. Cavo non è stata l’unica candidata di Cambiamo sostenuta dai voti dei riesini. Secondo i pm i voti dei siciliani sarebbero confluiti anche su altri consiglieri regionali di Cambiamo, Stefano Anzalone (indagato), Lilli Lauro (non indagata) e Antonio Cianci (indagato), e spiegherebbero l’eccezionale exploit del partito nel 2020, quando prese il 22%.

La macchina del consenso sarebbe stata organizzata dai fratelli Arturo Angelo e Italo Maurizio Testa, due dirigenti di Forza Italia bergamaschi, che però gestivano l’associazione “riesini nel mondo”, e sembra questa la motivazione che li porta in Liguria alla vigilia delle ultime regionali. Arturo è in corsa per una candidatura nella lista di Toti, che salta però quando esce fuori un vecchio articolo che lo ritrae insieme al fratello mentre fa il saluto romano a Predappio, immagini pubblicate dall’Eco di Bergamo perché all’epoca dei fatti Testa era vicesindaco in un piccolo comune del bergamasco. Il suo posto viene preso da Anzalone, un ex poliziotto. Sono indagati anche anche Venanzio Maurici, sindacalista della Cgil imparentato con il clan Cammarata, e il consigliere comunale Umberto Lo Grasso. Una volta eletti i candidati passano a battere cassa. Come quando ottengono, attraverso Cozzani, alcuni assunzioni presso Cospe, azienda di costruzione che lavora per Iren. In altri casi le promesse non sono mantenute. Il 13 febbraio del 2022 la Finanza registra con un’intercettazione ambientale una riunione tra Giovanni Toti, il sindaco di Genova Marco Bucci, Cozzani e due strette collaboratrici di Toti, Marcella Mirafiori e la portavoce Jessica Nicolini. Al centro dell’incontro ci sono proprio i siciliani, che potrebbero tornare utili “per la pianificazione dell’imminente campagna elettorale di Bucci”: “E i riesini?”, chiede Toti, riferendosi ai fratelli Testa. “Cozzani ci può parlare”, dice Mirafiori. “Stacci lontano, che quelli ci mettono in galera”, ribatte Cozzani. Anche se la sua vera paura sembra essere un’altra: “Mi squartano”, facendo riferimento al risentimento per i posti di lavoro promessi e poi non dati. “Ma perché non gli abbiamo dato dei soldi?”, domanda Toti. Al governatore, precisa il suo avvocato Stefano Savi, non è contesta l’aggravante mafiosa, ma il reato di corruzione elettorale semplice. Toti tuttavia sembra percepire la differenza che passa tra prendere soldi da un imprenditore come Spinelli, sul suo yacht, e dalla comunità riesina: i finanziamenti, in questo caso, “vanno ritirati a mano”.

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