La Cina sta rafforzando il proprio controllo sui dati genetici della popolazione, mettendo a rischio, secondo alcuni ricercatori, gli studi scientifici di settore che coinvolgono la stessa Cina. Secondo quanto segnalato dalla prestigiosa rivista Nature, il ministero cinese della Scienza e della Tecnologia (MOST) ha pubblicato una serie di linee guida sull’applicazione delle normative cinesi in materia di dati genetici, stringendo ancor di più le maglie sull’uso di questi dati anche in ambito accademico. Per Pechino, la stretta sarebbe necessaria per garantire maggiore sicurezza in un campo sicuramente sensibile. E le linee guida sarebbero arrivate anche per far fronte a casi di malversazioni, nei quali, ad esempio, alcune aziende avrebbero esportato dati genetici senza permesso. Per la comunità scientifica però, le linee guida potrebbero far cadere una pesante mannaia sulle collaborazioni con l’estero nel campo della ricerca genetica.

Le linee guida “dipingono un quadro di controllo crescente”, afferma Jonathan Flint – genetista dell’Università della California, Los Angeles, USA, che nel 2015 aveva pubblicato su Nature i risultati di uno studio che analizzava dati genetici provenienti da persone in Cina –, aggiungendo che “il panorama normativo è decisamente cambiato da allora”. A sua volta Shuhua Xu, un genetista della Fudan University di Shanghai, in Cina, sentito da Nature ha dichiarato di sostenere in linea di principio la regolamentazione delle risorse genetiche umane, ma di ritenere che alcuni dei requisiti delle ultime linee guida siano troppo restrittivi e dissuaderanno gli scienziati dal lavorare nel settore della genetica.

In particolare la necessità di condurre una “valutazione di sicurezza” sulla condivisione di dati che coinvolgono gruppi di oltre 500 persone, un numero relativamente piccolo per gli studi sulle malattie genetiche. Secondo le regole cinesi, le organizzazioni straniere possono raccogliere e archiviare informazioni genetiche di cittadini cinesi solo se collaborano con un’istituzione cinese e per farlo hanno bisogno dell’autorizzazione del ministero. I ricercatori affermano che questi requisiti stanno rendendo difficile per gli scienziati in Cina collaborare con colleghi internazionali e pubblicare lavori su riviste internazionali che richiedono il deposito dei dati in archivi pubblici.

Xu ha dichiarato che richiedere l’autorizzazione al MOST è assai complesso e richiede tempo. E spesso non è chiaro il motivo per cui l’autorizzazione viene concessa in alcuni casi e non in altri. L’anno scorso ha pubblicato uno studio con colleghi statunitensi sulle origini antiche di un gene trovato nel popolo tibetano, dopo aver ottenuto il permesso di condividere i dati. Ma il MOST aveva per contro precedentemente rifiutato le sue richieste di condividere dati con collaboratori internazionali per studi sulla diversità genetica e l’ascendenza dei gruppi etnici. I rifiuti arrivano con una motivazione limitata, ha aggiunto Xu, non sufficiente a chiarire cosa si possa e cosa non si possa fare. Xu ha affermato inoltre di essere stato riluttante a unirsi a consorzi internazionali su questioni legate alla genetica, come la COVID-19 Host Genetics Initiative, a causa dei potenziali problemi con la condivisione dei dati. A suo dire altri ricercatori cinesi hanno probabilmente preso la stessa decisione. Ma i regolamenti potrebbero non interessare tutte le aree della genetica. Almeno non ancora. Choongwon Jeong, un genetista della popolazione ed evoluzionista presso la Seoul National University, Corea del Sud, che studia i genomi antichi – sempre sentito da Nature – afferma che le normative non hanno influenzato la sua collaborazione con i ricercatori cinesi. Ma teme che l’inasprimento dei controlli da parte della Cina possa minacciare questo lavoro in futuro.

di Gianmarco Pondrano Altavilla

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