Un mare senza coralli, alghe, gamberetti, cozze, alcuni squali e con pochissimi pesci. È questo lo scenario presentato dallo studio – pubblicato su Science “Come evitare un’estinzione di massa negli oceani per il cambiamento climatico”. Uno degli effetti del surriscaldamento globale, causato dall’uso dei combustibili fossili, è l’aumento della temperatura delle acque. Questo potrebbe causare la scomparsa di un terzo delle specie marine attualmente conosciute entro il 2300. Si tratterebbe quindi della più grande estinzione di massa della storia dal tempo dei dinosauri.

Nonostante il loro volume sia quadruplicato dagli Anni Sessanta, i mari sono un ambiente sempre più inospitale. L’emergenza climatica è solo l’ultimo di numerosi fattori che minacciano da decenni la vita acquatica. Tra gli altri la pesca eccessiva e l’inquinamento da plastica che mettono a rischio una percentuale tra 10% e il 15% delle specie marine, secondo i dati dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. L’aumento delle temperature, in particolare, sta riducendo in modo significativo i livelli di ossigeno presenti negli oceani e potrebbe, alla lunga, provocare nei pesci stress o asfissia. Solo l’anno scorso l’oceano ha raggiunto la temperatura più alta e il contenuto di ossigeno più basso da quando gli esseri umani hanno iniziato a tenerne traccia. Uno dei risultati è lo sbiancamento massiccio delle barriere coralline. L’acqua intanto si sta acidificando a causa dell’assorbimento dell’anidride carbonica. Questo fenomeno influisce già sulla salute di numerose specie: vongole, cozze e gamberetti non sono in grado di formare correttamente i loro gusci. In futuro gli esemplari più vulnerabili saranno i pesci e i mammiferi che vivono nelle regioni polari. Secondo lo studio, non saranno in grado di migrare verso climi più freschi, a differenza delle specie tropicali. “Non avranno nessun posto dove andare“, ha affermato Justin L. Penn, ricercatore all’Università di Princeton uno dei curatori della ricerca.

Le caratteristiche descritte dai ricercatori ricordano l’evento di estinzione di massa più importante nel passato della Terra – avvenuto alla fine del periodo Permiano. Circa 250 milioni di anni fa, un cataclisma, noto come la “grande morte“, ha ucciso fino al 96% degli animali marini del pianeta. “Anche se l’entità della perdita di specie non è allo stesso livello, il meccanismo sarebbe il medesimo – ha spiegato Justin Penn al quotidiano britannico Guardian – Il futuro della vita negli oceani dipende fortemente da ciò che decidiamo di fare oggi con i gas serra. Ci sono due oceani molto diversi che potremmo vedere – continua – Uno è privo di molta vita che vediamo oggi”. Invece limitare le emissioni entro i limiti dell’accordo sul clima di Parigi ridurrebbe i rischi per oltre il 70% degli esemplari marini, secondo gli scienziati. Anche in quello scenario però perderemo circa il 4% delle specie entro la fine di questo secolo, fino a quando il riscaldamento non si fermerà. Anche l’aumento modesto delle temperature degli ultimi 50 anni infatti ha già provocato danni a numerosi ecosistemi.

Justin L. Penn e Curtis Deutsch, professore di geoscienze all’Università di Princeton sono arrivati a queste conclusioni attraverso una simulazione al computer che descriveva nel dettaglio “La grande morte”. Hanno poi replicato lo stesso modello – che imita l’intricata interazione tra luce solare, nuvole, oceano e correnti d’aria e altre forze come le danze chimiche tra calore e ossigeno, acqua e aria – con il surriscaldamento provocato dall’uomo. Il loro studio considera anche la quantità di habitat ittici che potrebbero spostarsi, stimando le soglie di sopravvivenza. In un’intervista, Deutsch e Penn hanno detto di sentirsi come gli scienziati ignorati in “Don’t Look Up”, il recente film con Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence su una metafora del cambiamento climatico. Tutti gli sforzi per ridurre le emissioni di Co2 sono stati infatti rallentati o interrotti completamente dalla Guerra in Ucraina. Intanto il Pianeta e i suoi mari però si trovano davanti a una sfida cruciale.

Lo studio su Science

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