di Marco Vecchione

Il calcio italiano è malato, quasi terminale, com’è ben noto, senza identità, senza prospettiva e, cosa ancor più grave, senza voglia di cambiare. Troppi interessi, troppi intrecci, troppi soldi, troppi imprenditori e dirigenti spietati e senza scrupoli. Poca programmazione, poca passione, pochi investimenti e poco spazio ai nostri giovani. Di sano restano solo i tifosi e nemmeno tutti.

Poi c’è la nostra Nazionale, croce e delizia che da sempre ci regala gioie e dolori, attesi e inattesi: basta una vittoria per esaltarci e dimenticare tutto, una sconfitta per tornare subito coi piedi per terra, come quella clamorosa di ieri sera. In campo la brutta copia della squadra operaia, affamata e magica che, nemmeno un anno fa, ci ha fatto impazzire di gioia. Non battere la Macedonia in casa nostra e mancare la qualificazione ai Mondiali non ha alcuna attenuante: è semplicemente umiliante. Ma c’è un’altra verità: nel calcio la differenza la fanno anche gli episodi. Una volta ti gira tutto bene, un’altra tutto male. Il calcio ti dà, il calcio ti toglie, in pochissimo tempo, senza appelli. Lo abbiamo visto agli Europei: vittoria meritatissima, ma ogni cosa al posto e al momento giusto (rigori realizzati e neutralizzati, gol annullati per pochi centimetri, prodezze uniche). Lo abbiamo visto, subito dopo, tra le qualificazioni per Qatar 2022 e Nations League: nemmeno un po’ di “ciorta”. Niente di niente. Ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci.

Adesso convivere con questa nuova batosta è dura, durissima. Ma in ogni caso l’importante è non abbattersi, guardare avanti, nel calcio e soprattutto nella vita, soprattutto in questo momento storico che ci tormenta anima e corpo. Smaltita la cocente delusione, bisogna subito rimboccarsi le maniche: ripartire, ricominciare, tornare a lavorare, a sudare, a sacrificarsi, a programmare (seriamente e, possibilmente, rivoluzionando il sistema).

Tornare a crederci, ma veramente, come abbiamo fatto dopo la catastrofica serata di San Siro con la Svezia, ponendo le basi per l’indimenticabile trionfo di Wembley. Come hanno fatto, in passato, altri assenti illustri – tipo la Francia che, dopo aver seguito da spettatore in tv Italia ’90 e Usa ’94, ha alzato la coppa del Mondo nel 1998, trionfato agli Europei del 2000 (che, ahinoi, ricordiamo benissimo) e costruito una lunga stagione di successi.

Ma, poi, parliamoci chiaro: fermiamoci un attimo e riflettiamo bene. Sarà sicuramente triste non poter inseguire un gol sotto il cielo di un “autunno” italiano, sarà tristissimo senza le nostre notti magiche, che a volte diventano tragiche. E sarà abbastanza amaro non poter vivere un Natale diverso che, probabilmente, sarebbe stato pure più proficuo da un punto di vista commerciale, per l’atmosfera unica che solo questo periodo dell’anno, unito addirittura alla coppa del mondo, sa regalare. Un eccezionale momento di festa, aggregazione e partecipazione per grandi e bambini, mancato. Ma, con gli azzurri visti di recente in campo, così ridimensionati, poco motivati e con un pallone in Italia sempre più sgonfio, avremmo seriamente rischiato di intossicarci le feste, mica poco.

Il calcio (non) è solo un gioco: è passione, unione, emozione, lacrime, sorrisi, riscatto. Il calcio è vita: si cade e ci si rialza senza mai mollare. Mai.

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