A Medyka non ci si ferma, si parte e basta. Qui i pullman caricano ogni giorno centinaia di persone e le portano in Europa. Gli ucraini che varcano la frontiera partono subito dopo aver ricevuto cibo e un té caldo. Tantissimi di loro arrivano a piedi. La strada che costeggia il confine tra Polonia e Ucraina è ingombra di mezzi sempre accesi. C’è un via vai di volontari, militari e poliziotti: aiutano le donne e i bambini a salire sugli autobus diretti oltre il confine dell’Ue. I controlli sono stringenti. Il pericolo, infatti, è che i bambini si perdano o, peggio, spariscano nel nulla. Chi ha parenti fuori dall’Ucraina è più fortunato. Alcuni vengono in macchina a prendere i propri familiari scappati dalla guerra. Come Nataliya che dalla Lettonia è arrivata a Medyka in auto per sua madre e i suoi due fratelli. Altri si affidano alle decine di piccole associazioni che organizzano viaggi verso altre città polacche, dove molti ucraini hanno parenti e amici. Chi invece non ha nessuno che lo aspetta parte da qui confidando nella solidarietà europea. Da quando c’è la guerra circa 4 milioni di persone hanno abbandonato la loro terra. In Polonia sono arrivati finora 1,8 milioni di ucraini. E molti di loro sono passati per Medyka, zona di frontiera nel sud della Polonia.

È in queste terre che corre il confine tracciato dal trattato di Varsavia del 1920 dopo la guerra polacco-ucraina del ’19. Medyka, infatti, si trova a 5 chilometri dal minuscolo villaggio ucraino di Shenyni, famoso per essere la porta dell’Europa. Centinaia di migliaia di persone sono passate per questo valico dalla fine di febbraio, quando è scoppiata la guerra. “Sono talmente tante che è impossibile contarle” raccontano Christian e Jenny, giovanissimi volontari svedesi in Polonia da una settimana. Insieme a loro sono in molti a dare una mano.

Tutto il sistema dell’accoglienza, qui, è organizzato privatamente. A Medyka le grandi associazioni sono poco presenti. Incamminandosi per la piccola stradina che porta alla dogana polacca si è circondati da bancarelle da tutto il mondo. C’è il presidio della comunità pachistana in Germania che offre té bollente; c’è United Sikhs, ong statunitense dei fedeli dell’omonima religione, che prepara cibo indiano; ci sono gli israeliani di Sauveteurs sans frontières che distribuiscono pasti caldi. L’aiuto, anche solo emotivo, è importante. A Medyka c’è tutto quello che serve per riscaldarsi o per mangiare. Soltanto il cioccolato non è mai abbastanza: “Finisce subito: ci sono molti bambini” spiega un volontario. E’ difficile fare stime precise, ma il colpo d’occhio non mente: i bambini sono tantissimi. Secondo l’Unhcr sono circa 2 milioni quelli che dalla fine di febbraio hanno lasciato l’Ucraina insieme alle loro madri e sorelle.

L’enorme flusso di persone ha causato un grosso problema: in Polonia gli alloggi iniziano a scarseggiare. A Cracovia e a Varsavia è molto difficile trovare una casa o una stanza dove mettere i rifugiati. Gli europei che vivevano in Ucraina prima della guerra si accordano con le ambasciate per portare in salvo quante più persone possibile.

Tuttavia, negli ultimi giorni gli arrivi a Medyka sono diminuiti, anche se nessuno sa di preciso il motivo. Secondo qualcuno è diventato più complicato lasciare il Paese per la pressione russa. Con Kiev circondata, infatti, il tragitto è molto pericoloso. Senza contare il fatto che nella capitale i ponti sono stati fatti saltare per bloccare l’avanzata dei carri armati di Mosca. Soltanto due sono ancora in piedi: quello a Nord e quello a Sud. E Kiev, fino a poco tempo fa, era lo snodo principale per mettersi in salvo. “I russi non permettono di scappare, sparano sulla popolazione civile” racconta Iryna, arrivata in Polonia da Buĉa, sobborgo nord occidentale della capitale. È a Medyka con i figli, la sorella e un cagnolino trasportato in una gabbietta. “Siamo stati due settimane senza luce e acqua poi siamo riusciti a passare per un corridoio verde che è rimasto aperto solo per due giorni”. Da Buĉa a Kiev sono 12 chilometri: “Siamo andati a piedi. Con noi c’erano anziani e bambini” ricorda Iryna.

Una volta giunti nella capitale bisogna sperare in un passaggio per Leopoli, la città più grande e meglio collegata nella parte occidentale del Paese. Da lì, ci sono 80 chilometri per Medyka. E tanti non ce la fanno. “Molti sono rimasti in Ucraina” racconta Iryna. La maggior parte degli ucraini arriva in questa zona della Polonia a piedi, affrontando un viaggio faticosissimo, con valige stipate di vestiti e poco altro. Le donne che scappano con i loro bambini devono trascinare i bagagli, pesanti come il piombo, per chilometri senza che nessuno le aiuti. Gli uomini dai 18 fino ai 60 anni, infatti, non possono andarsene. Per passare il check point ucraino bisogna essere autorizzati e soltanto chi ha figli disabili o non è in grado di combattere non è considerato renitente alla leva. Qualche uomo però c’è. Sono pochi e stanchi. Per orgoglio o per riserbo rifiutano il cibo offerto dai volontari. Sembrano quasi altezzosi, ma è un’impressione: forse si vergognano di lasciare il loro Paese.

Arrivare in Ucraina da Medyka, del resto, è facile. Difficile è entrare in Polonia. Migliaia di ucraini attendono in fila assistiti da decine di volontari che portano té, bevande calde e coperte isotermiche. Nel buio della notte, il luccichio dei bambini avvolti nelle mantelline dorate che trattengono il calore è l’unica luce insieme ai fari dei camion che fanno la spola tra Polonia e Ucraina. D’altra parte, è il freddo il vero nemico. Le temperature dopo il tramonto scendono rapidamente sotto lo zero. E bisogna stare in piedi per otto o dieci ore. Il serpentone di ucraini in fila si snoda per almeno due chilometri. Fare calcoli è impossibile: sono comunque migliaia le persone in coda. Dopo un’attesa di alcune ore, si arriva al varco gestito dall’esercito di Kiev. A controllare i documenti ci sono soltanto donne: “Gli uomini sono al fronte” spiega una di loro.

Da qui parte la strada che va dalla dogana polacca a quella ucraina. Il tragitto è delimitato da cancellate verdi alte 4 metri. È la no man’s land di Shenyni, il lembo di terra che congiunge l’omonima cittadina con Medyka. Le persone la attraversano in silenzio: la stanchezza è troppa. Soltanto alcuni bambini sembrano non sentire la fatica del viaggio e si rincorrono tra loro per combattere la noia e il freddo. Il passaggio è largo una ventina di metri, con al centro un basso marciapiede di cemento e ai lati il prato. Da lì si arriva finalmente alla dogana polacca, il punto più delicato del percorso. Il controllo dei passaporti è minuzioso: per ogni persona ci vogliono almeno dieci minuti. Dopo una notte passata in attesa questi momenti sembrano interminabili. Finalmente, superata la barriera si giunge in Europa. Qui i volontari aiutano le donne ucraine con i bagagli. Le valige vengono caricate su carrelli della spesa e trasportate verso i pullman. I soldati polacchi prendono in braccio i bambini. Qualche donna non riesce a trattenere le lacrime. Altre, invece, sono quasi impassibili. Sulla sinistra, appena fuori dalla dogana c’è la superstrada dove alcuni pullman aspettano di caricare chi arriva. Sulla destra, invece, si passa a piedi per il campo di Medyka. Lì i rifugiati che non partono subito stanno al caldo nelle tende delle varie associazioni. Ma non tutti riescono a passare il confine.

“Una famiglia rumena è da sei giorni nel bosco: non possono entrare in Polonia perché non hanno i documenti” racconta un volontario olandese. Sono molti infatti a essere bloccati in Ucraina. Si tratta di persone provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa che non possono entrare in Europa. Per loro l’accesso è sbarrato. Per chi invece riesce a passare la vita può ricominciare. Dei 535 chilometri di confini che dividono Polonia e Ucraina, la zona di Shenyni è tra le più trafficate. Da sempre questo è un crocevia per chi vuole raggiungere l’Europa. E da sempre, insieme agli uomini, passa da qui anche la speranza.

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