Da un lato la carenza di personale, che rende difficile per molti enti locali la scrittura dei progetti necessari per aggiudicarsi le risorse distribuite dai ministeri. Dall’altro diverse criticità nei bandi stessi, che puntualmente scontentano i sindaci del Nord convinti di essere ingiustamente penalizzati e fanno infuriare quelli del Sud secondo i quali il vincolo del 40% di risorse per i loro territori è insufficiente. E’ la doppia trappola sulla strada di governatori regionali e sindaci, ai quali di qui al 2026 sarà affidato un terzo delle risorse del Recovery plan, pari a 66 miliardi che salgono a 80 considerando anche il fondo complementare. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha esaminato i primi 15 bandi ministeriali pubblicati sul sito Italiadomani da ministero dell’Istruzione, delle Infrastrutture, della Transizione ecologica e dell’Università, che destinano agli enti territoriali un totale di 12 miliardi e oltre a raggiungere lo specifico traguardo di ogni misura dovrebbero anche ridurre i divari territoriali Nord-Sud. Il risultato non fa ben sperare. Le critiche più pesanti riguardano il bando più corposo, quello da 3 miliardi del ministero di Patrizio Bianchi per la realizzazione di asili nido e scuole per l’infanzia. I criteri adottati vengono definiti “discrezionali” e “senza alcun apparente fondamento“. Tanto che l’Upb suggerisce soluzioni alternative che vedrebbero aumentare notevolmente i fondi destinati a Campania e Sicilia.

L’autorità indipendente che vigila su trasparenza e affidabilità dei conti pubblici nota per prima cosa che le diverse modalità adottate per rispettare la riserva del 40% al Sud presentano tutte “criticità in termini di possibili riordinamenti della graduatoria finale dei progetti selezionati rispetto a quella che si avrebbe in assenza di applicazione del vincolo”. Se si fa una graduatoria unica nazionale, per centrare l’obiettivo del 40% può succedere di dover ripescare progetti poco validi lasciandone fuori altri con più punti. Se si opta per una graduatoria separata per il Sud con plafond pari al 40% dei fondi non è detto che si raggiungano gli obiettivi dell’investimento (la cifra potrebbe non bastare se le carenze da colmare sono molto ampie). Se, infine, si scelgono graduatorie regionali con plafond legato all’obiettivo da raggiungere, non è garantito il rispetto del vincolo territoriale né il raggiungimento dell’obiettivo, visto che spetta poi ai singoli Comuni decidere se partecipare o meno. Un rompicapo, insomma.

L’Upb fa un esempio pratico prendendo in esame il bando nella parte – del valore di 2,4 miliardi – che riguarda gli asili nido. E’ uno dei fronti sui quali l’Italia è debolissima e il Sud è notevolmente più svantaggiato: se il Centro Nord ha già superato l’obiettivo europeo del 33% di copertura nella fascia 3-36 mesi o è molto vicino a raggiungerla, nel Sud ci sono Regioni come Campania e Calabria che offrono un posto solo a poco più del 10% dei bambini. Il Pnrr prevede la realizzazione di circa 265.000 posti in modo da garantire che entro la fine del 2025 tutta la Penisola sia in linea con il parametro Ue. La modalità scelta è la terza tra quelle descritte sopra: bando regionale con plafond in base all’obiettivo di riduzione del divario.

E qui viene il difficile: per stabilire come dividere i fondi tra Regioni il bando tiene conto del gap regionale nella dotazione di servizi (criterio che pesa per il 75%) e della popolazione fino a due anni stimata al 2035 (25%). Ne risulta che al Sud va ben il 55,3% delle risorse. In testa la Campania con 327 milioni, seguita dalla Sicilia con 276 e dalla Lombardia (la Regione più popolosa) con 240. Tutto bene quindi? Per niente: secondo l’Upb “le modalità con cui viene stabilita la pre-allocazione regionale presentano diverse criticità. I pesi assegnati ai due criteri (…) sono determinati in modo discrezionale, senza alcun apparente fondamento“. Non solo: “Le modalità con cui il criterio relativo al gap territoriale nella dotazione degli asili nido sembra essere stato applicato sono criticabili sotto due profili: i divari regionali non vengono misurati rispetto all’obiettivo del 33% bensì rispetto al livello massimo della dotazione a livello regionale (che corrisponde al caso della Valle d’Aosta) e i divari nella dotazione di asili nido sono misurati a livello di territorio regionale (…) creando così una disparità tra Comuni con lo stesso livello di copertura ma situati in regioni con tassi di copertura differenti”.

Molti dubbi suscitano anche, secondo i controllori dei conti pubblici, i criteri usati per valutare i progetti presentati dai Comuni. Si considera il livello di copertura dei bimbi fino a due anni ma “il minor punteggio è attribuito alle realtà territoriali che hanno già raggiunto l’obiettivo del 33 per cento, mentre nei criteri di pre-allocazione si considera la distanza dalla regione con il massimo livello di copertura (Valle d’Aosta)”. Si tiene poi conto dell’incremento del livello di copertura derivante dal progetto, con il “rischio” di equiparare “enti che offrendo già il servizio incrementino, ad esempio, i posti del 100 per cento, ottenendo così il massimo del punteggio, ed enti in cui il servizio è totalmente assente e, a prescindere dal numero di posti creati, finiscano per ottenere ugualmente il massimo punteggio”.

Critiche non lievi. “Documentate ricostruzioni e giudizi così severi”, ha commentato su Messaggero e Mattino l’economista Gianfranco Viesti, riferendosi anche ai problemi emersi sulla ripartizione di una prima tranche di fondi per gli asili lo scorso anno, “non hanno sortito alcun effetto, alcuna discussione, tantomeno ripensamento“. Eppure l’Upb, nel dossier datato 20 gennaio, non manca di proporre due modalità alternative – calcolare per ogni Comune o per ogni Ambito territoriale sociale i posti necessari a raggiungere l’obiettivo – la cui applicazione aumenterebbe notevolmente i fondi per alcune Regioni del Sud, soprattutto Campania e Sicilia. Alla Campania, dove oggi solo il 10% dei bimbi trova posto al nido con quel che ne deriva per le madri lavoratrici, otterrebbe circa 500 milioni contro i 327 che le spettano in base al bando del ministero.

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Recovery, per l’Anci “con queste procedure è certo che non riusciremo a spendere tutto”. E le Regioni: “Preoccupati, noi mai coinvolti”

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