I nidi e i servizi socio educativi per la prima infanzia sono troppo pochi rispetto al fabbisogno; in alcune zone costano troppo e le risorse pubbliche a sostegno delle strutture comunali calano. È questa la fotografia emersa dal rapporto sugli asili nido elaborata dall’Istat. “Negli ultimi anni i posti disponibili sono aumentati ma in modo disomogeneo. Alcune regioni hanno superato l’obiettivo. Il Sud è virtuoso dal punto di vista dei costi ma inadeguato rispetto all’offerta. Va detto – spiega Adriana Bizzarri, responsabile scuola di “Cittadinanzattiva – che si assiste anche ad una riduzione delle domande presentate soprattutto a fronte delle dimissioni del lavoro da parte di molte donne”.

I posti disponibili coprono il 24% del potenziale bacino d’utenza. Una dotazione che è ancora sotto al parametro del 33% fissato dall’Unione Europea per sostenere la conciliazione della vita famigliare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Guardando i dati con la lente d’ingrandimento scopriamo che su 13.147 servizi socio educativi che hanno 345 mila posti più della metà sono pubblici mentre il 48% sono privati. “Nel caso dei nidi ma anche per quanto riguarda l’infanzia – precisa Bizzarri – non potremmo fare a meno dei privati. Ai comuni costa meno fare convenzioni con loro piuttosto che creare dei nidi nuovi”.

Il quadro che ci consegna l’Istat è a macchia di leopardo: la situazione è molto variabile sul territorio. In diverse regioni del Centro Nord (Valle d’Aosta, Emila Romagna, Umbria, Toscana e Provincia Autonoma di Trento) si è ampiamente superato il parametro del 33% mentre l’obiettivo risulta ancora molto lontano in Campania, Sicilia, Puglia e Basilicata. Da notare che dal punto di vista della natura giuridica c’è un’interessante variabilità: in Calabria il 73% dei nidi sono privati mentre nella Provincia Autonoma di Trento il 73% sono pubblici. A mantenere pubblico il servizio sono anche Emilia Romagna, Molise e Basilicata mentre il privato imperversa a in Umbria, in Campania, in Puglia e in Sardegna.

Un ulteriore dato a macchia di leopardo è quello sui posti nel territorio: la dotazione, infatti, penalizza i comuni più piccoli rispetto ai capoluoghi di provincia. In quest’ultimi la media corrisponde al 31,8% mentre in tutti gli altri comuni si ha una media del 20,8 posti per 100 bambini. La Sicilia è l’unica regione in cui la diffusione dei servizi nei capoluoghi è inferiore a quella degli altri comuni. Nel comune di Bologna così anche a Firenze l’offerta disponibile è quasi uguale a quella del resto dell’area metropolitana. Fa eccezione invece Roma dove c’è una grande discrepanza tra il centro e la periferia. Un’altra nota dolente riguarda la spesa delle amministrazioni per i nidi che ha smesso di crescere. Tra il 2004 e il 2012 le risorse messe a disposizione dai comuni, titolari dell’offerta pubblica sul territorio, sono passate da 1,1 a 1,6 miliardi di euro ma nei due anni successivi si è registrata una contrazione.

Infine i divari tra le regioni non si riducono nemmeno per quanto riguarda la spesa per le famiglie. La spesa media dei comuni a livello regionale varia da un minimo di 88 euro l’anno per un bambino residente in Calabria a un massimo di 2.209 euro l’anno a chi risiede nella Provincia Autonoma di Trento. A superare i 1.500 euro è anche la Valle d’Aosta mentre Emilia Romagna e Lazio vanno oltre una spesa di mille euro. In fondo alla classifica oltre alla Calabria, anche la Campania, la Sicilia e la Sardegna. “Dipende molto dalla fascia Isee. Anche nelle nostre ricerche – spiega la responsabile scuola di Cittadinanzattiva – emerge una grande differenza. Il Nord ha delle tariffe più elevate. Bisognerebbe regolamentare per aree geografiche la questione: non è possibile stabilire una tariffa unica”.

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