“Me ne vado col primo che incontro”, che poi a dire “buona sera” sia stato il Toronto Fc, e solo il Toronto Fc, deve aver fatto strano anche a Insigne, probabilmente. Già, perché l’epilogo della trattativa che ha portato il capitano del Napoli in Canada ricorda un po’ la nota pubblicità della Fiat di qualche anno fa… Ma quella era una gag.
Che le due parti, Insigne e il Napoli, battibeccassero ormai da un po’ come due innamorati in crisi era noto: la politica del contenimento dei costi di Aurelio De Laurentiis da un lato, le ambizioni di Insigne dall’altro e molto probabilmente la convinzione reciproca in entrambe le parti che un punto d’incontro alla fine si sarebbe trovato. E invece… E invece è arrivato l’addio: certo, poteva starci. Ma forse in pochi si sarebbero aspettati che un 30enne assolutamente integro fisicamente, fresco di vittoria agli Europei e ancora titolare della nazionale di Mancini avrebbe scelto l’estrema periferia del mondo calcistico e di finire di fatto fuori dai radar del calcio che conta.

Soldi. Sì, certo, abbastanza per dire che il gioco vale la candela. Cifre che per un comune mortale sono assolutamente da capogiro, ma che forse per chi è già abituato a più di qualche milione all’anno non cambia la vita così tanto da spingere a cambiare vita. “Ha scelto una squadra in cui non avrebbe mai incontrato il Napoli da avversario” si è detto: ma pure questa non pare una motivazione granché convincente. Comprensibilissimo porre il veto su tutte le italiane: impensabile per il capitano del Napoli scegliere la Juve, naturalmente, ma pure all’Inter che pare a Insigne ci abbia pensato. Metti di ritrovarsi poi avversari in un’eventuale lotta scudetto, ma pure in una finale di Coppa Italia: impossibile. Ma possibile, invece, che nessuno in Europa abbia fiutato l’occasione di un parametro zero dal valore di 35 milioni per Transfermarkt e dalle indubbie qualità? Peraltro, viste le cifre di cui si parla, a un prezzo decisamente abbordabile per la Premier e abbordabile per le big della Liga o per squadre come Bayern Monaco o Psg?

Possibile che un eventuale incrocio in Champions o Europa League sia un deterrente così forte? Un epilogo strano, Toronto, ma che si inquadra in una storia ultradecennale che pure semplice non è mai stata. Battibecchi, musi lunghi, delusioni e un rapporto sempre piuttosto complicato quello tra il Napoli e il suo capitano. Ancora oggi, nell’ultima intervista rilasciata a Rivista Undici, Insigne dichiarava di non essere stato capito fino in fondo dalla piazza e ha ragione: beccato, a volte, in occasione di delusioni e sconfitte, fischiato di fronte a qualche rigore sbagliato o prestazione opaca. Vero. Ma poi ci sono pure le ragioni della piazza: una piazza viscerale e umorale, che perdona tutto ma non quella tendenza a immusonirsi che pure Gattuso aveva rimproverato a Insigne, non l’ansia da prestazione che sovente, e forse proprio perché ultranapoletano, ha paralizzato il folletto partenopeo, e proprio nelle occasioni più importanti. Insomma: 10 anni a “non essere capito” forse sono troppi, e forse la firma a 48 ore dalla gara con la Juve, si giochi oppure no, non agevola questa narrazione.

Quasi che a volte Insigne e il Napoli, in 10 lunghi anni, siano stati ognuno un limite per l’altra. Ciò naturalmente al netto di ciò che ha portato plasticamente alla rottura: l’atteggiamento quasi iconoclasta di De Laurentiis che da presidente ha messo sempre “la ragion d’azienda” davanti a qualsivoglia slancio romantico e guardare di traverso chiunque imboccasse la strada (a Napoli troppo facile da imboccare) dell’elevazione a simbolo, da Lavezzi a Sarri; dall’altro lato l’ambizione, legittima, di un calciatore di volersi veder riconosciuto un ingaggio parametrato al proprio valore. o almeno a quello che si ritiene essere. Un tira e molla, però, che porta uno dei migliori calciatori italiani a finire consapevolmente fuori dai riflettori, e il capitano della squadra della propria città, amata fin da piccolo, a rinunciare a un ruolo di icona, alla possibilità di qualche vittoria e a chiudere la carriera avendo giocato per una sola squadra, ma di certo con la sensazione che anche in caso di trionfo non ci sarebbe stato uno “Speravo de morì prima” ad attenderlo all’uscita.

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