La prima traccia è solo un puntino turchese. Allora tocca passare e ripassare per sapere se i deputati tirano cocaina, magari quelli che in pubblico difendono leggi liberticide sulle droghe leggere e al chiuso d’un bagno sniffano quelle pesanti. Non a casa o nei loro uffici, ma nel santuario stesso delle leggi. Gli indizi sono forti da sempre ma gli indiziati lo sono di più: l’inchiesta delle Iene del 2006 – un parlamentare su tre positivo ai test antidroga – fu subito bloccata dal Garante della Privacy, gli autori furono poi condannati per aver leso “l’immagine pubblica e l’onorabilità” dell’istituzione. Dopo dieci anni nulla è cambiato e lo dimostra la bocciatura degli ordini del giorno che in questa legislatura sono stati presentati per introdurre cani e test antidroga in Parlamento. Così autisti e soccorritori d’Italia (e presto toccherà a medici e insegnanti) sono obbligati a sottoporsi a controlli, mentre chi li impone loro per legge si esenta da solo. Proviamo per un’altra via, la stessa percorsa dal Sun nel 2013, che diede vita allo “scandalo cocaina a Westminster”.

Servono un cellulare, guanti in lattice e un kit di salviettine a base di cobalto tiocianato acquistato in un negozio sulla Cristoforo Colombo che vende dispositivi per indagini di polizia scientifica, dal kit per l’entomologia forense al set balistico. Ordiniamo due confezioni di Nark II, cento bustine monodose per la ricerca presuntiva di tracce di cocaina. Spesa: circa 100 euro con fattura. Assolutamente affidabili, dicono, ma avvertono anche che “per avere valore legale bisogna poi fare test confermativi in laboratorio”. Per i nostri scopi è poco rilevante, non facciamo il processo a nessuno. I pregi sono la facilità d’uso e il riscontro immediato. Le abbiamo testate in redazione: si scartano e si passano su una superficie e se c’è traccia, anche non visibile, di stupefacente, al solo contatto si colorano di azzurro. Semplice no? Sì, in ufficio o casa, ma in Parlamento?

Martedì 28 marzo, Roma. Ingresso dal civico 4 di via della Missione, riservato alla stampa. Un commesso indica i limiti del pass blu per giornalisti. Il bagno dei deputati? “La prima porta a sinistra”. Per arrivarci bisogna uscire dalla sala stampa, superare il maestoso scalone del Bernini, scendere quattro gradini e svicolare nel corridoio lungo che conduce all’Aula. La porta però non si vede, non è un caso. È incassata nella parete a mobile di legno scuro e non c’è alcuna indicazione che si tratti del bagno, neppure la targhetta. Insomma, si vuole che resti inaccessibile agli esterni.

L’atrio è una stanza sfarzosa come un salotto: marmi a terra e sulle pareti, vetrate liberty al soffitto, grandi specchi e una fila di quattro lavabi in stile. Al centro il corridoio che porta ai gabinetti maschili disposti a destra e a sinistra (quelli femminili sono in cima a una scala interna). In tutto sono dieci disposti su due lati, i primi hanno i vespasiani sospesi e comuni, gli otto successivi, quattro per ogni lato, hanno la porta. All’interno sono alquanto spartani. Ogni bagno ha una mensola di legno sospesa lunga cinque spanne. Solo lì, vien da pensare, un consumatore inchiodato all’Aula potrebbe farsi una pista. Nel primo zero tracce, nulla, e così il secondo e il terzo. Nel quarto un pallino azzurro, qualcosa, forse un residuo. La prima giornata è però servita a “sintonizzarsi” con il Palazzo.

Mercoledì mattina c’è poco movimento ma alla ripresa è un pienone. All’ordine del giorno c’è la stretta per le toghe in politica, occasione unica per i partiti di regolare i vecchi conti con l’altro potere. In chiusura di seduta sono ancora presenti 400 deputati. Per capirlo basta il counter analogico dei cappotti appesi a perdita d’occhio lungo le pareti del corridoio. Fuori è quasi buio, semideserto il Cortile d’Onore dove i commessi in smobilitazione hanno già vuotato i posaceneri per l’indomani. Sono uccel di bosco pure i giornalisti, che a volte usano i bagni dei deputati. Risuona la sirena in Transatlantico. È il richiamo al voto per gli onorevoli e vale anche come segnale agli esterni: la zona attorno all’Aula da quel momento è (in teoria) interdetta. È come un’eclissi, il momento che segna la massima concentrazione di deputati e il minimo di presenze esterne. Scatta il nuovo blitz.

Nei bagni c’è una processione di deputati come api nell’arnia. Il primo a destra: guanti, salviette e via a lucidare la mensola. Niente. Si passa al successivo. Qualcuno gira la maniglia, ma intanto il narcotest sta dando un risultato inaspettato: la salvietta rosa si colora di un azzurro sempre più intenso, in pochi secondi sono macchie, macchie estese. Quella mensola al mattino era risultata negativa: qualcosa, nel frattempo, dev’essere successo. Seconda prova, giusto per verificare che non sia un “falso positivo”. Le macchie sono più piccole ma ci sono. Bussano ancora. L’obiettivo riprende ma poi buttiamo via la salvietta: non si dica che abbiamo prelevato tracce biologiche a un parlamentare, come Le Iene. Uscendo niente filmati, neppure di nascosto: che non si dica che abbiamo violato la privacy. La missione si conclude così. Avanzano 46 confezioni per un altro giro o per il Senato della Repubblica. Sempre che ci facciano entrare dopo aver leso “onore e decoro” delle istituzioni.

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