Diego e Agostino, un rapporto particolare.

Diego è Lui, in napoletano “isso” (dal latino ipse “egli stesso”, “proprio lui”), morto a 60 anni il 25 novembre del 2020. E già il solo fatto che a noi basta dire Lui per identificarlo rende l’idea della confidenza e della venerazione. Quel Lui, che utilizziamo solo quando puntando un dito e lo sguardo al cielo ci rivolgiamo a nostro Signore, da 37 anni nel nostro immaginario blasfemo è anche Maradona.

Agostino è, invece, mio padre, responsabile della trasmissione alla progenie del patrimonio genetico di colore azzurro, morto a 89 anni il 17 marzo del 2020.

Se ne sono andati insieme nell’anno maledetto.

Tra i due c’era un rapporto particolare, unico, quasi esclusivo. Perché non si sono mai conosciuti.

E, di questi tempi, tra ricordi, serie televisive e documentari, dove tutti a Napoli sembrano essere stati suoi amici, confidenti, “fratelli” (compreso chi scrive) o comunque aver convissuto “alcuni momenti particolari o intimi”, e’ sicuramente originale non aver mai potuto conoscere Maradona.

Ma Agostino ha amato Diego molto più dei tanti, presunti, “affezionati compagni”.

Perché gli parlava con sincerità ed affetto. Lo faceva tramite noi, figli, amici, parenti che continuavamo a coprirci gli occhi facendo finta di non capire, abbagliati dal conveniente e strumentale sentimentalismo del tifoso di una squadra vincente, ribadendo che lo “stile di vita” di Diego avrebbe prodotto una tragica fine.

Vuje nun ‘o vulite bene…”, (voi non gli volete bene), “pecche’ accussì si uccide’!, (perché così si uccide), ci ripeteva continuamente con quel suo tono bonario e mite.

E tu cosa fai per salvarlo?”, gli domandavamo, provocatoriamente, noi.

Lui ci rispondeva che il suo modo di amare Maradona si manifestava attraverso le sue invettive al bar con gli amici, in fabbrica con le maestranze, a casa con noi. In pratica in quei spazi di confronto che, tanto tempo fa, erano i genitori dei social network.

In altri termini ci diceva che si doveva uscire allo scoperto, esplicitare in “piazza” le preoccupazioni per l’uomo Maradona e non pensare solo al Diego calciatore.

I professionisti del settore dicono che, quando un genitore si cimenta nel tentativo di aiutare un “figlio” che si droga si scontra con un vero e proprio “muro” che lui ha innalzato per tenere alla larga chiunque tenti di entrare nella sua vita […] Per riuscire a convincere il proprio figlio a farsi aiutare bisogna innanzitutto parlargli ed affrontarlo direttamente. Può essere utile provare a farlo in tono rassicurante, magari chiedendo anche l’intervento di una persona di cui si fida, per fargli capire che i suoi genitori gli vogliono bene e sono disposti a tutto pur di vederlo star bene. Talvolta, invece, potrebbe rendersi necessario assumere un tono più duro, per fargli capire che deve necessariamente fare qualcosa di concreto per dare una svolta alla sua vita.

Purtroppo, però, può capitare che nessuna di queste “strade” porti al risultato sperato ed allora, piuttosto di aspettare che sia lui a chiedere aiuto, la miglior cosa da fare è quella di rivolgersi a degli esperti e farsi consigliare su qual’è la direzione giusta da seguire.

Quanti facevano tutto ciò in maniera disinteressata e pura? Chi aveva il coraggio di amare Diego davvero come un figlio?

La conferma dell’amore di Agostino per Diego, e di quanto avesse ragione, l’ho avuta la settimana scorsa quando, ospite alla presentazione del libro L’idolo infranto – Chi ha incastrato Maradona? di Marcello Altamura (edito da Ponte alle Grazie), ho ascoltato in ossequioso silenzio gli emozionanti ed inediti racconti degli storici cronisti (Corbo, Lucariello, Esposito, Marolda) che avevano accompagnato con i loro reportage ed i loro servizi il Napoli di Maradona.

In quel turbinio di ricordi e suggestioni, Francesco “Ciccio” Marolda, al termine del suo intervento, ha affermato: “Anche noi giornalisti, con i nostri silenzi, siamo stati un po’ responsabili della morte di Maradona”.

Chapeau, allora aveva ragione Agostino che ora, lassù, starà dicendo a Diego: “uaglio’ vieni appresso a me pecchè ccà nun se ponn’ fa strunzat’ – (ragazzo seguimi perché qui non si possono fare stupidaggini)

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