Si legge spessissimo che gli italiani sono privi di educazione finanziaria. Anzi, di financial literacy, per fa più effetto. In realtà siamo di fronte soprattutto a una montatura delle banche per veicolare propaganda al risparmio gestito e alla previdenza integrativa.

In Italia dietro all’etichetta di educazione finanziaria imperversano, direttamente o indirettamente, istituti di credito, società di gestione e venditori porta a porta. Gli serve come cavallo di Troia per rifilare ai risparmiatori più facilmente fondi, gestioni, polizze, certificati e altre trappole.

Lo si vede bene esaminando i cosiddetti “Mesi dell’Educazione Finanziaria”, di cui l’ultimo ottobre è stata la quarta edizione. Uno scandalo che il Fatto Quotidiano denunciò fin dall’inizio. Quali sono infatti le iniziative promosse?

1. Molte della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e il Risparmio (Feduf), emanazione di numerose banche e altre società in cerca di clienti fra i risparmiatori. Pudicamente tolte dall’elenco, c’erano anche Veneto Banca e la Popolare di Vicenza, i due istituti di credito veneti esperti nel consigliare ai clienti proprie azioni a prezzi stratosferici e obbligazioni subordinate, entrambe diventate carta straccia. Esempi di educazione finanziaria che la Feduf può prendere a modello.

2. C’è la Global Thinking Foundation, milanese a dispetto del pomposo nome in inglese. Dal sito si capisce subito che aria tiri: fra amministratori e consulenti è tutto un pullulare di dirigenti bancari. Siamo alle solite: l’educazione finanziaria affidata a banche, banchieri e bancari.

3. C’è il cosiddetto Museo del Risparmio, in tutto e per tutto di Banca Intesa.

4. C’è l’Associazione per l’alfabetizzazione finanziaria (Alfafin), presieduta da un dirigente del risparmio gestito.

5. Inammissibile poi la presenza dell’Anasf, associazione dei venditori porta a porta, da qualche anno etichettati come consulenti finanziari. Essa organizza corsi sotto l’etichetta “Economic@mente”. Sorvolando sulla ridicola “@” al posto della “a”, il conflitto d’interessi è mastodontico: il vero obiettivo è incassare provvigioni. Guai per loro se il risparmiatore impara a fare da sé.

Spulciando i singoli programmi spuntano anche soggetti di altra natura, come la Consob. Per salvare la faccia, gli organizzatori hanno dovuto dare spazio non solo a banche, fondi, assicurazioni e loro propaggini. “Però adesso siamo in novembre, non più in ottobre!”, obietterà qualcuno. Infatti per gli altri mesi dell’anno c’è il portale www.quellocheconta.gov.it, che risponde alla stessa filosofia. Sembra uscito da un’agenzia di pubblicità in quota banche e risparmio gestito.

Con queste premesse non stupisce, se il caravan serraglio dell’educazione finanziaria contro l’inflazione anziché l’acquisto diretto di Btp-i e Btp Italia preferisca consigliare fondi comuni. Così banche e venditori possono raschiare via soldi ai risparmiatori in continuazione.

Ugualmente non consiglia mai le banconote, magari in cassetta di sicurezza, quale soluzione ideale per sfuggire ai rischi di default e bail-in. Che è invece l’indicazione della Bce e della Bundesbank.

Né consiglia le due migliori formule per il risparmio previdenziale, cioè il Tfr e il buono postale Obiettivo 65. Ma al contrario spinge verso i prodotti rischiosi e opachi della previdenza integrativa, fonti di lucrosi guadagni per l’establishment finanziario.

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