La Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si schiera, compiendo un nefasto endorsement, a favore della Polonia, e non tiene in nessun conto il disagio di migliaia di disperati che sfuggono dalle guerre dell’Iraq, della Siria e dell’Afghanistan, ammassati lungo la rete spinata fra il confine polacco e quello della Bielorussia. Ella si è schierata a favore del regime semi-dittatoriale polacco per difendere i confini dell’Europa, non tenendo conto che nel caso si tratta di uomini, donne e soprattutto bambini dispersi in una foresta a una temperatura sotto zero.

Ciò spiega anche quale considerazione abbia la Von der Leyen nei confronti dell’immane sforzo che fa l’Italia, che ogni giorno riceve migliaia di migranti, non preoccupandosi della loro collocazione in tutti i Paesi europei. E la cosa più grave è che il nostro capo del governo, più europeista che italiano, non dice una parola su questo argomento.

Anzi, Mario Draghi continua a dimostrare che il suo pensiero coincide con quello della Von der Leyen, come prova il disegno di legge sulla concorrenza, di cui ho parlato di recente.

Egli, in altri termini, ha come obiettivo di evitare che il popolo italiano agisca da imprenditore nell’economia, seguendo un principio che aveva spinto le sue azioni già nel 2008 quando, allora Ministro del Tesoro, svendette una grossa fetta del patrimonio pubblico italiano, come ricorda Benito Livigni, ex collaboratore di Enrico Mattei: “Hanno svenduto il nostro Paese. Draghi diede mille miliardi di patrimonio pubblico a Goldman Sachs, si sono chiuse attività che portavano profitti allo Stato come la Nuovo Pignone, la Lebole, la chimica di base. Si distrusse l’Eni. Il patrimonio immobiliare dell’Eni, che valeva mille miliardi di lire, è stato venduto a Goldman Sachs per una lira…”

Oggi Draghi non si muove di fronte ai licenziamenti della Whirlpool, la quale getta sulla strada 340 famiglie, né si preoccupa della sorte che potrebbero fare i dipendenti del Monte Paschi di Siena, prossimo al fallimento – proprio a opera sua, poiché fu lui, nel 2007, quando era governatore della Banca d’Italia, che avallò l’acquisto della decotta Antonventa da parte del Monte dei Paschi. Lo dimostrano documenti inoppugnabili dei quali era ben a conoscenza, secondo cui Banca Antoveneta era un istituto appestato, in preda a un coma irreversibile, che non valeva nulla e che invece fu acquistato dalla banca senese per circa 17 miliardi di euro.

Insomma egli non pensa minimamente che i privati non possono risolvere i grandi problemi dell’immigrazione e dei licenziamenti e che soltanto l’appartenenza allo Stato-Comunità di un consistente patrimonio pubblico consenta lo svolgimento di una politica che favorisca lo sviluppo della persona umana e il progresso materiale e spirituale della società (articoli 3 e 4 della Cost.).

Per fortuna contro questa sua inaccettabile politica si è mosso un benemerito gruppo di giuristi e di persone di vario tipo che hanno raccolto 50mila firme per proporre alle Camere l’approvazione di una legge di iniziativa popolare contro le delocalizzazioni.

A mio avviso è indispensabile che gli italiani che davvero vogliono perseguire i propri interessi, sia da singoli, sia come parte del popolo procedano sul piano giudiziario per rimettere all’esame della Corte costituzionale le centinaia di leggi che violano la Costituzione, sancendo, soprattutto attraverso le micidiali privatizzazioni, il passaggio della proprietà pubblica inalienabile, inusucapibile e inespropriabile del popolo (art. 42, comma 1, Cost.) dal suo legittimo proprietario pubblico a singoli speculatori privati, trasformando illegittimamente l’Ente pubblico o l’Azienda pubblica in S.p.A..

Il che significa, si badi bene, esporre l’Italia al fallimento, poiché i beni e servizi appartenenti al popolo passano dalla proprietà pubblica intoccabile a quella di singoli privati, che agiscono sul piano commerciale. Infatti, l’articolo 1 della legge fallimentare afferma che sono soggetti a fallimento coloro che svolgono attività commerciale, ma non gli Enti e le Aziende pubbliche che gestiscono, fuori commercio e a tariffa, servizi pubblici essenziali.

Ribadisco per l’ennesima volta che la nostra salvezza sta nell’attuazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 9, 11, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

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