I medici di base mancano per “una questione di organizzazione, non di numero”. È la frase, pronunciata da Letizia Moratti, assessore al Welfare della Regione Lombardia a “Bergamo Tv”, che apre le porte alle polemiche da parte degli interessati. “Lavorano per un numero di ore profondamente diverso rispetto alle ore di chi lavora all’interno delle strutture ospedaliere e sanitarie. Questo ovviamente è quello che crea la percezione di carenza”, ha poi proseguito sulle pagine dell’edizione bergamasca de Il Corriere della Sera. “Lo abbiamo sollevato a livello di ministero, il ministro ci ha confermato di aver avviato con i medici di medicina generale un’interlocuzione per poi riferirci rispetto a questo tema, siamo in attesa”, ha concluso.

Sono arrivate le risposte da parte delle associazioni di categoria, sia regionali sia locali. Un esempio è la Fimmg – Federazione Italiana medici di medicina generale, le cui parole sono riportate dallo stesso Corriere Bergamo: “Stupore, preoccupazione e tanta amarezza”. Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano e del sindacato Snami parla invece di “Dichiarazioni vergognose” e aggiunge: “La Regione scredita i medici di famiglia. Farebbe comodo dare la torta della medicina del territorio a qualche gruppo privato”. La Cgil ha invece invitato Moratti a “non cercare colpevoli ma soluzioni. Chiediamo di entrare a pieno titolo e organicamente in un sistema sanitario nazionale pubblico”. Il presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo Guido Marinoni suggerisce all’assessore “di passare una giornata nello studio di un medico di base”.

La carenza di dottori in Lombardia – la cui medicina territoriale ha subito colpi e tagli operati da giunte di centrodestra nel corso degli anni – era già stata annunciata nel 2019 da Roberto Speranza, all’epoca segretario di Articolo Uno: “Nei prossimi anni andranno in pensione 45mila medici di medicina generale. Se non mettiamo soldi nella sanità pubblica, chi ha i soldi potrà curarsi e chi non ce li ha avrà un sanità sempre decadente”. E il problema era stato rilanciato da Giancarlo Giorgetti, ora ministro dello Sviluppo economico, al Meeting di Rimini.

Un altro nodo però sta nella forma di contratto che coinvolgerà i medici di medicina generale all’interno del Sistema sanitario nazionale. Al momento sono liberi professionisti convenzionati con il ministero della Salute, ma diverse aree della destra, e la Commissione Salute delle Regioni, di cui Moratti è vicepresidente, puntano a ripensare questa formula. Una delle possibilità comprende l’inserimento dei medici come dipendenti (e non più liberi professionisti, quindi). Non tutti i sindacati, però, sono concordi con questa soluzione.

Nel frattempo prosegue il flusso di risposte all’assessore, come quella riportata dal Corriere di Gianluigi Spata, Federazione regionale degli Ordini dei medici. Si è espresso con una lettera consegnata a Palazzo Lombardia: “L’orario di apertura degli ambulatori, proporzionale al numero dei pazienti, è sancito dall’Acn (accordo collettivo nazionale), ma di fatto sono solo numeri che non riflettono la reale tempistica del quotidiano lavorativo della medicina territoriale, che non è fatta solo di visite ambulatoriali , ma anche di visite domiciliari e di attività sul territorio, di espletamento delle attività burocratiche, di numerosissimi contatti con i pazienti mediante nuovi e tradizionali mezzi di comunicazione”.

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