La propaganda neoliberista ha talmente offuscato le menti degli italiani da impedire non la manifestazione del pensiero, ma la stessa formazione di questo, rendendo inutile addirittura l’articolo 21 della Costituzione per mancanza del suo presupposto, cioè della pluralità di pensiero.

Infatti domina ora il pensiero unico, che resta tale sia se conforme allo stato attuale delle percezioni da parte dell’immaginario collettivo, sia se si oppone ad esso, e ovviamente, se c’è un pensiero unico, non ha più senso parlare della sua manifestazione.

Ciò è avvenuto al porto di Trieste, dove si manifestava, con poco approfondimento della realtà economico-sociale del momento, contro il green pass e dove sono arrivati in massa i novax, i nogreenpass, alcuni soggetti ammalati di protagonismo che vogliono sfruttare la situazione per emergere politicamente, nonché infiltrati di destra e di sinistra.

Nel difetto di un pensiero chiaro e plurimo può avvenire di tutto, e a Trieste, una manifestazione dalle non chiare finalità, ha richiesto lo sgombero dei manifestanti medianti gli idranti della polizia. E così tutto è tornato come prima.

Fatto gravissimo è che i politici, alla pari dei manifestanti, dimostrano di aver perso il discernimento e di essere vittime anch’essi, sia quelli della maggioranza che quelli dell’opposizione, di soggiacere alla pesantissima incombenza del pensiero unico dominante.

È bene chiarire che tale pensiero ha occupato totalmente il settore dell’economia e si poggia sulla teoria neoliberista, che vuole (e lo sta facendo) trasferire le fonti di produzione di ricchezza nazionale dalla proprietà pubblica del popolo nelle mani di pochi speculatori, che devono agire in concorrenza tra loro, mentre viene vietato l’intervento dello Stato-Comunità, cioè del popolo, nell’economia.

Insomma obiettivo del neoliberismo è l’eliminazione del popolo, il crollo dello Stato-Comunità, la distruzione del senso di solidarietà fra i cittadini, in modo che ci siano soltanto singoli produttori e singoli consumatori.

È ovvio che, eliminando la ricchezza nazionale dello Stato-Comunità, non c’è più possibilità di assicurare l’esistenza e la continuità dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia, delle situazioni di monopolio e delle industrie strategiche, poiché, ponendo in commercio questi beni fuori commercio mediante la trasformazione degli Enti pubblici e delle Aziende di Stato in S.p.A., si affidano a chi persegue interessi individualistici e speculativi, propri del mercato, i beni e servizi che dovrebbero considerarsi fuori commercio.

Questa situazione non è capita dal popolo né da sacerdoti e vescovi, che alla pari del popolo gregge seguono il pensiero unico dominante del neoliberismo, senza accorgersi che per questa via aumentano la povertà e la differenza tra poveri e ricchi.

In base alla Costituzione, i citati servizi pubblici essenziali, le fonti di energia (acqua, luce e gas), le situazioni di monopolio, le industrie strategiche, il paesaggio e i beni artisti e storici (articoli 43 e 9 Cost.) sono beni appartenenti al demanio costituzionale del popolo, in quanto indispensabili per la sua esistenza, e quindi inalienabili, inusucapibili e inespropriabili. È chiaro che a questo punto è inutile battersi contro la cosiddetta “dittatura sanitaria”, essendo invece necessario lottare contro l’avanzante dittatura delle multinazionali e della finanza, che stanno disfacendo l’Italia e eliminando del tutto il diritto sacrosanto al lavoro.

E per quanto riguarda tale diritto, è da tenere presente che, trasformando l’Ente o Azienda pubblica in S.p.A., la sua disciplina non segue più le regole del diritto pubblico che, proprio al fine di assicurare la continuità del servizio, considera il licenziamento un fatto del tutto eccezionale (è noto infatti che la legge quadro sul pubblico impiego sancisce che, in caso di estrema necessità, il lavoratore pubblico può essere posto in mobilità, e cioè essere utilizzato in altri settori lavorativi, oppure collocato in disponibilità per 24 mesi, oppure sospeso dal lavoro, ma conservando il diritto ad essere riassunto alla prossima occasione favorevole). Tale diritto invece, proprio con la trasformazione in S.p.A., viene strappato all’ordine giuridico costituzionale sopra descritto e sottoposto alle oscillanti regole del mercato, per cui in palese contrasto con l’articolo 1 Cost. (secondo il quale il lavoro è fondamento della Repubblica) e l’articolo 4 Cost. (secondo il quale la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e promuove le condizione che rendano effettivo questo diritto), si procede senza nessuna remora ai licenziamenti in massa, secondo decisioni autonome degli imprenditori o degli speculatori.

Tutto questo non è capito dagli italiani: infatti, mentre si protesta contro il greenpass, ai lavoratori di un’azienda strategica quale la Whirlpool di Napoli vengono confermati i licenziamenti. La stessa sorte è avvenuta per i dipendenti di Alitalia, che prima della sua privatizzazione assicuravano il servizio pubblico del trasporto e che, dopo la sua trasformazione in S.p.A. e l’affidamento del trasporto aereo a una piccola compagnia privata – benché con denaro pubblico – veniva anch’essa costituita in una S.p.A., facilmente appetibile da compagnie più forti, provocando così il licenziamento in tronco di circa ottomila dipendenti di altissimo livello professionale, senza nessuna speranza giuridicamente fondata di riassunzione.

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