Dalla ricostruzione delle fondamenta di un Paese a pezzi alla gestione della gravissima crisi umanitaria. Ecco come Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, è passata da ente co-gestore dello sviluppo in Afghanistan post-2001 a membro del gruppo di donatori internazionali attivo per scongiurare uno scenario apocalittico. Questione di priorità e di tempi. A due mesi esatti dal ritorno al potere dei Talebani, lo scenario della cooperazione italiana in Afghanistan è cambiato di netto. Il G20 dedicato proprio a questo argomento, orfano di Putin e Xi Jinping, ha evidenziato la delicatezza della situazione e il ruolo determinante della comunità internazionale. Anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha introdotto l’evento organizzato dall’Italia parlando di una crisi umanitaria delicatissima e promesso il massimo impegno per organizzare corridoi umanitari. Il 16 agosto 2021 la sede Aics di Kabul è stata smantellata e oggi opera, naturalmente in remoto, da Roma. A capo della struttura c’era e c’è Giovanni Grandi. È lui stesso a chiarire cosa sta succedendo e quali gli orizzonti possibili.

Direttore, com’è cambiato l’intervento di Aics in Afghanistan?
La priorità ora è garantire l’assistenza a una popolazione in forte sofferenza. Scordiamoci la nostra attività fino al 16 agosto scorso, lo sviluppo degli interventi pianificati nei vari settori è congelato. Già prima dell’arrivo dei Talebani al potere la situazione era delicata, tra il Covid, la siccità e metà della popolazione afghana a rischio. Il sistema sanitario è anch’esso bloccato. È su queste basi che la comunità internazionale si sta muovendo. Noi come Italia stiamo portando il nostro contributo, al di là degli aiuti firmati dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha già annunciato un incremento di 150 milioni di euro per il 2021-2022.

Un’emergenza gestibile con le sole forze dei donors, i Paesi donatori?
No, ma per fortuna, a differenza di altre crisi umanitarie mondiali del passato, stavolta l’Onu è ben presente sul territorio afghano e lì è riuscito a dispiegare tutte le sue agenzie, dall’Unhcr allo Iom, passando per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unicef, Undp e così via. Con il Substain and deliver (sostegno e consegna, ndr) garantito, ecco che il nostro ruolo risulta più agevolato e il flusso delle risorse controllato. Senza, non si riuscirebbe a incidere in alcun modo.

Qual è il problema principale da risolvere, adesso?
La liquidità fornita dalle banche, ormai chiuse da settimane. Il sistema bancario afghano è prossimo al collasso. La gente non può ritirare i propri soldi e ciò innesca altri disagi che alla lunga possono portare a conseguenze devastanti. Tanto per capirci, non si riescono a pagare neppure gli operatori umanitari sul territorio.

Un altro tema che vi spaventa, immagino, è la sanità.
Esatto. E con l’altro tema delicato che è l’educazione si sta cercando di inserirli nella sfera dell’emergenza umanitaria. Molto dipenderà anche dalla posizione dei Paesi limitrofi. Al momento l’Italia non dialoga coi Talebani, pochi lo fanno.

Visto l’abbandono improvviso della presenza in Afghanistan si può parlare di uno spreco di energie e di risorse?
Non sono d’accordo con chi sostiene che l’Italia, e dunque Aics, abbia sprecato 20 anni. Su tanti settori il contributo è stato decisivo, penso a temi come la parità di genere e il ruolo della donna. Anche in merito alle infrastrutture molto è stato fatto, dalla strada Kabul-Bamiyan alla ferrovia Herat-Iran col secondo lotto dei lavori che era pronto a partire. Per non parlare della sanità.

Cioè?
I progetti avviati all’ospedale di Herat sono pienamente operativi, a partire dal Centro Grandi Ustionati che porta la nostra firma. Ora semmai il problema è convogliare medicinali, materiali. Ma anche qui Oms e Banca Mondiale, attraverso un finanziamento parziale del sistema sanitario afghano, stanno facendo grandi cose. L’Onu ha messo un cerotto adesso, dal 2022 si spera in una maggior stabilità dell’area.

Al momento non sembra un’ipotesi imminente, ma qualora si potesse ristabilire un dialogo con l’Emirato Aics avrebbe la forza di ripartire subito col proprio lavoro?
Certo, tutti i programmi erano in fase operativa, ma non credo ciò accadrà in tempi brevi. Se non lo faremo noi, chissà, magari saranno altri Paesi donatori con cui i Talebani faranno accordi a far ripartire la macchina.

C’è poi la delicata questione dei collaboratori del contingente italiano: dopo la prima evacuazione ad agosto cosa accadrà?
La situazione è bloccata, ci stiamo preparando a possibili ricadute di flussi migratori verso i paesi limitrofi, Pakistan e Iran di cui al momento, va detto, non abbiamo prove tangibili.

L’opzione Iran per le centinaia di famiglie disperate, con il confine pakistano chiuso, è l’unica ipotesi percorribile?
Potrebbe diventarlo, ma certo noi non sollecitiamo quel percorso.

Le richieste di aiuto però arrivano, non è così?
Ogni giorno personalmente, e con me tutto lo staff, riceviamo decine di mail da persone che sostengono di aver collaborato con noi e chiedono di essere portate in Italia. Il tema è sul tavolo del G20, ma ripeto, ora abbiamo le mani legate. C’è poi un altro aspetto delicato.

Dica.
Ogni singola posizione andrebbe comunque vagliata, non vorremmo, in un futuro ancora indefinito, aiutare persone che non ne hanno diritto, chi magari ha collaborato per pochi mesi o peggio ancora soggetti poco limpidi. Ne va di mezzo la sicurezza. Già durante l’evacuazione di agosto abbiamo dovuto scremare dalla lista singoli e famiglie sconosciute ad Aics e alla rappresentanza diplomatica.

Molti però hanno realmente collaborato con voi e adesso sono in pericolo.
Lo so, ma l’Italia ha già fatto qualcosa di straordinario, oltre ogni umana comprensione, portando via migliaia di afghani. Per due settimane, dopo essere tornato in Italia, ho avuto incubi ricorrenti pensando a chi era rimasto bloccato all’aeroporto di Kabul. Resto orgoglioso di quanto fatto, delle 51 famiglie di collaboratori di Aics che ora si stanno rifacendo una vita nel nostro Paese. Alcuni di loro hanno già la carta d’identità e una mia stretta collaboratrice ha dato alla luce un bimbo a Roma pochi giorni dopo essere arrivata.

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