La Rai batte cassa. E si presenta con il cappello in mano in commissione di vigilanza con il suo amministratore delegato, Carlo Fuortes, che propone un canone per telefonini e tablet e spera di poter trattenere anche la quota del canone destinata al fondo per l’editoria. Del resto una soluzione bisognerà pure trovarla al buco di bilancio della tv di Stato che impiega 12mila persone, uno staff simile per dimensione a quello dell’Alitalia. Ma, proprio come nel caso dell’ex compagnia di bandiera, nonostante il problema contabile sia noto da anni, gli amministratori che nell’ultimo decennio si sono succeduti a viale Mazzini non hanno messo in atto alcun rimedio industriale. Al massimo soluzioni tampone per fare qualche taglio o ottenere denari in emergenza.

Il fatto che la tv di Stato faccia fatica è del resto scritto nero su bianco nel bilancio 2020: “Lo scenario 2021 è fortemente condizionato da variabili macroeconomiche contingenti, indotte dalla pandemia da Covid-19, e strutturali, legate alle dinamiche di mercato e di settore – si legge nel documento contabile -. Le variabili contingenti sono rappresentate da una riduzione delle risorse, sia tipiche di Rai sia generali del mercato, e riguardano un trend negativo degli incassi dei canoni speciali, la generalizzata e significativa decrescita degli investimenti pubblicitari a seguito della contrazione economica e il significativo ridimensionamento di alcune linee di business”.

Se questo è lo stato dell’arte, la previsione non può essere che una e una sola: anche il 2021 sarà in rosso. “In tale complesso contesto, nonostante i positivi effetti derivanti, sul fronte dei ricavi, dalla riforma della normativa relativa all’assegnazione delle risorse derivanti dal canone, e, sul fronte dei costi, da una serie di importanti interventi di razionalizzazione e di contenimento della spesa, le attuali previsioni prefigurano una chiusura dell’esercizio in perdita” conclude la relazione di gestione nella parte relativa alle prospettive. Colpa anche dell’arrivo sul mercato di rivali aggressivi come gli Over the top come Google e Facebook. E poi della pandemia. Ma anche del fatto che la riorganizzazione della tv pubblica è un affare di Stato in cui anche i partiti fanno la loro parte. Esattamente come è stato finora per l’ex compagnia di bandiera.

A farne le spese sono i contribuenti che ogni anno versano 1,726 miliardi di canone in bolletta e che sono appena stati informati lo scorso 13 ottobre da La Verità della nomina di altri otto nuovi manager. Il canone è infatti la principale fonte di reddito della tv di Stato: rappresenta quasi il 73% dei ricavi. La pubblicità rappresenta solo il 39% dei ricavi, contribuendo per circa 501 milioni al totale introiti 2020 (2,36 miliardi). Nonostante l’importante flusso di denaro, anche lo scorso anno Rai spa ha registrato una perdita da 20 milioni, in calo rispetto ai 35 dell’esercizio precedente. Ma il peggio è che sul gruppo grava la spada di Damocle di un indebitamento finanziario netto da 528 milioni. Si tratta di un fardello consistente anche perché l’azienda deve sostenere nuovi investimenti (376 milioni) nell’intento di mettersi al passo con i tempi. Non aiuta neanche il costo del personale pari a 917 milioni, più del doppio rispetto alla diretta rivale Mediaset che impiega però 4.906 persone, un terzo rispetto alla Rai. Certo la presenza della tv di Stato è decisamente più capillare attraverso le sedi regionali. Tuttavia non si può non notare che, con un numero nettamente inferiore di dipendenti, Cologno Monzese realizza un fatturato analogo (2,6 miliardi nel 2020) con un utile da 139 milioni, sia pure con un indebitamento da 473,6 milioni. Ma il tutto senza canone.

Tornando in casa Rai, sono quindi tante le criticità che hanno Fuortes a fare nuove ipotesi di lavoro immaginando di attribuire alla Rai anche il fondo per l’editoria. Una proposta che ha suscitato “sorpresa e sconcerto” nella Federazione degli editori. “Si tratta di risorse limitate, per l’esattezza 110 milioni di euro, a fronte di oltre 1,7 miliardi di finanziamento pubblico incassato dalla Rai che rappresenta una quantità di risorse senza uguali per gli altri operatori”, ha attaccato il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti. Immediate reazioni ha generato anche l’idea di ampliare il perimetro di applicazione del canone ai device multimediali. “Nessuna nuova tassa, ma una misura – ha precisato – che interesserebbe una percentuale dell’utenza complessiva al momento piuttosto ridotta”, ha spiegato Fuortes preoccupato dallo schema di decreto attuativo della direttiva comunitaria sui servizi di media audiovisivi con i nuovi tetti per l’affollamento pubblicitario, che – ha sottolineato – avvantaggerebbero le emittenti private e causerebbero alla Rai un “danno, a regime, di oltre 130 milioni, costringendo ad incrementare gli spot nel day time”. Per non parlare del fatto che sullo sfondo c’è anche un altro inquietante argomento: Bruxelles è contraria al canone in bolletta che finora ha consentito praticamente l’azzeramento dell’evasione. E non è escluso che possa chiedere ai Paesi dell’Unione di mettere fine a questa modalità di riscossione. Con tutti gli annessi e connessi del caso.

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