“Per favore mettiamo la parola fine. È una battaglia che non vorremmo lasciare ai nostri figli e nipoti. Sarebbe una vittoria per la Repubblica e per la democrazia”. Con queste parole Nicola Rosetti, presidente dell’Associazione 140, ha riassunto alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moby Prince speranze e emotività con cui i familiari delle vittime seguono l’indagine parlamentare della Camera dei Deputati, seguito naturale della precedente in Senato che solo tre anni fa ha ribaltato il racconto della vicenda uscito dai tribunali e fatto riaprire un’inchiesta penale sull’accaduto. Il mandato arrivato dall’Aula è quello di scoprire “con la massima precisione” perché il traghetto entrò in collisione con la petroliera statale Agip Abruzzo. E una mano la stando anche gli stessi parenti delle vittime.

L’ultimo aiuto alle indagini da parte dei familiari delle vittime è arrivato proprio il 5 ottobre da Francesco Rodi, figlio della vittima più nota della vicenda, Antonio. Il corpo del padre – cameriere di Siderno imbarcato sul Moby Prince – fu infatti ripreso da un videoperatore che sorvolava il traghetto sopra un elicottero militare, alle 7 del mattino successivo alla collisione. Nel filmato Antonio Rodi appare sdraiato a poppa del traghetto, con le braccia allargate, completamente integro nonostante la vicinanza con altri due corpi arsi. Ci sono voluti 27 anni perché lo Stato ammettesse che Antonio Rodi era vivo in quel momento, probabilmente in stato di incoscienza, e – a causa del mancato soccorso di cui fu l’emblema – brucerà in favore di telecamere nelle due ore successive. Il figlio Francesco aveva dieci mesi quando il padre morì e la sua famiglia ha tenuto il massimo riserbo sulla sua tragica fine. Ma una volta cresciuto Francesco ha voluto scoprire di più della vicenda che lo ha reso orfano e il 5 ottobre ha fornito alla Procura di Livorno e alla Commissione d’inchiesta parlamentare una testimonianza inedita.

“Mia madre – ha raccontato – mi ha riferito qualche giorno fa che la sera prima dello scontro, in una telefonata intercorsa tra lei e mio padre, lui disse che il giorno dopo (il 10 aprile, nda) con molta probabilità non sarebbero partiti causa problema tecnico all’elica”. Nella sua comunicazione Francesco Rodi ha precisato che la madre “in tutti questi anni non è mai stata ascoltata da nessuno” degli inquirenti né dalla precedente commissione d’inchiesta in Senato. Il problema al mozzo dell’elica destra del Moby Prince, cui presumibilmente fece riferimento Antonio Rodi nella telefonata alla moglie, era noto alla compagnia armatrice del Moby Prince – Navarma spa, oggi Moby spa – e un mese prima della collisione l’ente di certificazione RINA ne aveva prescritto la sostituzione entro novembre 1991. L’intervento però non era in programma perché avrebbe richiesto un fermo tecnico del traghetto e la sua costosa messa all’asciutto in bacino.

Rodi non è il primo familiare delle vittime ad aver fornito un aiuto concreto agli inquirenti negli ultimi tre anni di indagini della Procura di Livorno e alla Dda di Firenze. Nel novembre 2020 la vedova della vittima Erminio Gnerre, Lina Manganiello, comunicò ai magistrati di avere ancora l’orologio da polso rinvenuto sul marito e consegnato in sede di riconoscimento a due parenti. “L’orologio aveva la particolarità di ricaricarsi con le pulsazioni cardiache, lo avevo regalato io a mio marito – ha scritto Lina Manganiello alla Procura di Livorno – E segna le ore 3:39:29. Ho sempre pensato indicasse la sopravvivenza di mio marito ben oltre i 30 minuti indicati nella sentenza di primo grado”. Manganiello non è stata ad oggi convocata dalla procura, che continua la sua indagine nel più stretto riserbo.

Davanti alla Commissione – guidata dal dem Andrea Romano – il 6 ottobre c’erano anche Angelo e Luchino Chessa, rappresentanti dell’Associazione 10 aprile resi orfani dall’evento dove persero entrambi i genitori: il comandante del Moby Prince Ugo Chessa e la moglie Maria Giulia Ghezzani. “Avevamo perso ogni fiducia nelle istituzioni, ci è tornata ventisette anni dopo con l’inchiesta del Senato – ha spiegato ai commissari Angelo Chessa – Tenete presente infatti che in questo caso c’è stato un depistaggio giudiziario messo in atto in modo scientifico, sin dalla notte stessa dell’incidente, quando partirono le veline ai giornali sulla presenza della nebbia e la morte rapida di tutte le vittime”. Due vicende smentite dall’inchiesta conclusa in Senato nel gennaio 2018. A confermare l’idea di un percorso giudiziario inquinato, le parole finali di Nicola Rosetti: “È stata ben studiata questa storia dei processi – ha sottolineato ai commissari il presidente dell’Associazione 140 – si erano messi a tavolino per darci un’altra coltellata. Ma nonostante quanto abbiamo subìto noi continuiamo a credere nella magistratura e nello Stato, chiediamo solo verità e giustizia. Noi ci saremo sempre ad aiutare le istituzioni per questo scopo, per arrivare tutti insieme alla fine”.

Luchino Chessa ha sottolineato il punto cruciale per la prospettiva stragista sotto attenta osservazione dei commissari: “Quando è stato soccorso il naufrago Alessio Bertrand gli ormeggiatori dissero (sul canale radio di emergenza, nda) che aveva detto che c’erano altre persone da salvare a bordo, dopo minuti di silenzio (sul canale di emergenza e il passaggio del naufrago sulla motovedetta della Capitaneria di Porto, nda) riprendono la parola e dicono ‘il naufrago ha detto che sono tutti morti bruciati’ e questo fa capire il dolo, il non aver fatto nulla, per dolo. Si è deciso di lasciarli andare verso la morte”. I fratelli Chessa hanno elencato a sostegno nuovi elementi raccontati da ilfattoquotidiano.it, errori giudiziari e spunti d’indagine ancora attuali: dai tracciati radar militari italiani e francesi “mai acquisiti benché presenti” alla sottoscrizione per il solo Moby Prince di una anomala polizza “rischi guerra” da parte dell’armatore.

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