“Al telefono mi hanno detto di partire per Kabul, di portare la famiglia e di stare tranquillo: ci avrebbero messo su un aereo in partenza per l’Italia. Dopo l’attentato vicino all’aeroporto le chiamate si sono fermate e nessuno ha più risposto. Eravamo sulla lista per l’evacuazione, l’Italia non può abbandonarci così”. È disperato Kabir Ahmad Haidary, ormai ex dipendente della base militare italiana Camp Arena a Herat. Contattato al telefono, non abbiamo alcun dubbio sull’effettiva collaborazione col nostro contingente, altrimenti non si spiegherebbe il suo italiano quasi fluente. La sua, purtroppo, sembra una storia copia/incolla come tante altre ne abbiamo raccontate.

L’Italia ha svolto un grande lavoro di evacuazione del personale operativo in Afghanistan nella fase conclusiva della missione, da quello diplomatico alla parte militare e della cooperazione, ma soprattutto per quanto concerne i collaboratori afghani. Con circa 5mila persone portate fuori dal caos del Sultanato comandato dagli Studenti Coranici, il nostro Paese ha primeggiato rispetto ad altri partner europei e non solo. Il problema adesso è che restano tantissimi di questi collaboratori, ora in pericolo per la loro incolumità, ma l’interesse mostrato nella prima fase sembra ormai scemato. Dopo il dramma generale delle ultime due settimane di agosto in Afghanistan, Kabir e i propri cari sono piombati in un incubo che mercoledì scorso ha portato lui e un pezzo della sua famiglia a varcare la frontiera afghano-pakistana: da Kabul a Peshawar via Jalalabad attraverso il passo Khyber, una delle strade più strategiche e pericolose dell’Asia centrale. L’altro ieri, inoltre, è arrivata la notizia della chiusura dei valichi di frontiera tra i due Paesi: “Restare a Kabul era diventato pericoloso per i miei figli, così abbiamo deciso di separarci, non prima di aver messo in sicurezza i miei genitori. Io, con moglie, figli e mio fratello siamo passati in Pakistan e adesso aspettiamo un segnale dalle autorità italiane. Non risponde più nessuno, alle telefonate, ai messaggi, alle mail. Ho scritto anche al Generale Portolano (impegnato nella delicata fase di evacuazione dall’Afghanistan l’agosto scorso e al comando del contingente italiano a Herat, pochi giorni fa nominato Segretario Generale della Difesa, ndr.) e ad altri ufficiali italiani con cui ho lavorato a Camp Arena. Siamo stati abbandonati, è più di un mese che aspetto notizie. Qui in Pakistan mi rivolgerò alle autorità diplomatiche, comprese quelle di Paesi come la Germania e il Canada che stanno continuando a evacuare gli afghani che hanno collaborato con loro. In Afghanistan non possiamo più vivere, in Pakistan non c’è futuro, io devo salvare la mia famiglia a portarla in Italia”.

Kabir Haidary ha svolto diverse mansioni all’interno di Camp Arena per quasi dieci anni, sia nel reparto tecnico che in mensa. Il tutto fino allo scorso mese di giugno, ossia l’ultimo della presenza italiana in Afghanistan. L’8 giugno, alla presenza del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il tricolore è stato ammainato vidimando la fine della Missione Resolute Support. Kabir Haidary era presente. Un momento chiave, di svolta, anche per lui, ma i vertici italiani avevano rassicurato lui e gli altri collaboratori afghani stretti: “Abbiamo atteso il segnale, puntualmente arrivato ad agosto”, aggiunge Haidary . “L’arrivo dei Talebani al potere non ci avrebbe consentito di andare avanti e così ho organizzato il viaggio della mia famiglia, immaginando che non saremmo più tornati indietro. Per farlo ho venduto tutto ciò che potevo in modo da racimolare i soldi necessari per affrontare quel passo. Ora i soldi stanno finendo e presto dovrò trovarmi un lavoro qui in Pakistan per andare avanti giorno dopo giorno altrimenti io e la mia famiglia rischiamo grosso. In Afghanistan, a Kabul, non avrei potuto non solo lavorare, ma anche uscire di casa”. Prima di chiudere la telefonata Haidary ricorda i momenti drammatici vissuti all’aeroporto internazionale di Kabul in quei giorni di fine agosto: “Dal 20 agosto noi siamo stati in quella zona. Quando eravamo a Kabul e poi attorno allo scalo aeroportuale i funzionari italiani ci hanno confermato la nostra presenza sulla lista per l’evacuazione, ma l’attentato di giovedì ha cambiato le cose. Per giorni siamo rimasti nascosti dentro un canale per le acque, una sorta di tunnel, sperando di ristabilire i contatti, ma il telefono non ha più squillato. Le chiamate arrivavano a numeri privati e dunque era impossibile ricontattarli e così il 31 agosto quando non ci sono stati più voli in partenza e l’aeroporto ha chiuso ci siamo dovuti riorganizzare”.

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