Quasi vent’anni dopo c’è una svolta nel caso di Alfredo Chimenti, il 47enne ucciso a Livorno a colpi di pistola il 30 giugno del 2002. Su ordine del gip della città toscana, i Carabinieri hanno arrestato tre persone ritenute l’esecutore, il complice che lo trasportò in scooter e il fornitore dell’arma usata per l’agguato, un revolver calibro 38. Si tratta rispettivamente di Riccardo De Vivo, 72 anni (ai domiciliari), del 64enne Massimo Antonini e del 51enne Gionata Lonzi, che invece si trovano in carcere. De Vivo, in particolare, ha un lungo elenco di precedenti penali: da una condanna a 8 anni e 4 mesi per una rapina in banca (in seguito alla quale si rese latitante in Spagna) all’arresto nel 2017 con l’accusa di essere a capo del traffico di cocaina nel porto di Livorno. Secondo gli inquirenti, il movente dell’omicidio Chimenti è da ricercare nei contrasti dell’epoca nel mondo delle bische clandestine e del gioco d’azzardo, e in particolare nella rivalità tra il circolo gestito da Chimenti, “La Garuffa“, e quello dello “Sporting Club“, protetto dal potente gruppo della “batteria“, legato a esponenti del terrorismo di estrema destra, membri di organizzazioni di stampo mafioso e ad altri soggetti criminali. Soprannominato “Cacciavite”, Chimenti – dicono le ricostruzioni – stava camminando verso casa tra le 4.30 e le 5 di mattina, quando i suoi aggressori (che lo stavano aspettando in piazza Mazzini) lo ferirono all’addome con un colpo d’arma da fuoco.

I nomi dei responsabili sono rimasti ignoti per 19 anni, fino a quando, nell’ambito dell’operazione denominata proprio “La Garuffa”, non è spuntata una pista che coinvolge la criminalità di Livorno e Pisa. Sono state undici, in totale, le persone fermate da carabinieri e polizia. I reati contestati a vario titolo sono: omicidio premeditato, associazione per delinquere, usura aggravata, estorsione aggravata e porto abusivo di armi da sparo. Nei mesi precedenti al suo omicidio – si legge nell’ordinanza – Chimenti era diventato un soggetto non gradito alla “batteria”. Oltre alla competizione negli affari legati al gioco d’azzardo, infatti, aveva tenuto comportamenti prepotenti ed ostativi” nei confronti del gruppo criminale, per esempio l’assunzione nel suo circolo a una persona vicina alla stessa “batteria”. Infine, “Cacciavite” dimostrava coi propri comportamenti “di non aver timore dei rivali erodendone il prestigio criminale: da qui – ricostruisce il gip – l’inesorabile decisione di levarlo di mezzo”.

Nell’ambito della stessa operazione la Procura ha scoperto anche un’associazione a delinquere che operava stabilmente in città, le cui attività principali erano l’estorsione nei confronti di esercenti attività commerciali (il cosiddetto “pizzo“) e l’usura ai danni di persone in difficoltà economiche. Il metodo – considerato “originale” dagli inquirenti – prevedeva che le vittime acquistassero dall’usuraio oggetti in oro al doppio o al triplo dell’effettivo valore, per rivenderli al loro prezzo corrente a compro oro compiacenti. In questo modo erano gli stessi compro oro – collusi con l’organizzazione – a fornire l’immediata liquidità di cui chi si rivolgeva agli strozzini avevano bisogno. Allo stesso tempo il debito con “la batteria” era di gran lunga superiore alla cifra ricevuta. Le scadenze – “settimane o mesate” – erano appunto settimanali, quindicinali o mensili ed era possibile maturare anche interessi passivi, fino a 150 euro ogni sette giorni. Lo rivela uno dei tanti contratti sottoscritti dalle vittime: per ripianare un debito di 48mila euro, ne sarebbero stati richiesti corrisposto mille, in due tranche da 15 giorni. Il totale, con gli interessi settimanali, arrivava fino a 1.600 euro mensili.

Non è però finita: le investigazioni si sono sviluppate anche intorno a soggetti volenti, picchiatori ed estorsori della malavita livornese. Particolarmente cruento un episodio del marzo 2018, molto successivo all’omicidio Chimenti. Uno degli indagati aveva parlato di “schiacciare la testa” alla sua vittima, poi ,dopo la minaccia con un coltello e un’arma da sparo, il sanguinoso pestaggio. Attualmente resta in libertà solo un uomo, tra quelli al centro delle attenzioni degli inquirenti.

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