Negli Stati Uniti d’America il Censimento della popolazione, appena terminato con circa un anno di ritardo a causa del Covid-19, ha dato risultati che confermano la tendenza già registrata nel 2010 di una popolazione che “sta cambiando pelle”. Non solo nel senso linguistico delle abitudini (che col Covid sono state letteralmente stracciate su tante cose), ma proprio per il colore della pelle delle etnie in crescita, in questa sede visto ovviamente sul piano statistico, non su quello suprematista.

Tuttavia alcuni cambiamenti avranno ripercussioni più profonde di quanto era comunque atteso dalle “proiezioni” previsionali.

La popolazione si muove. Non solo per effetto del solito fenomeno migratorio proveniente dall’estero, peraltro ormai rigidamente controllato da apposita legislazione fin dagli anni 70, ma in misura sempre maggiore anche da migrazione interna. Il ceto medio, o a reddito medio-basso, si sposta facilmente da uno Stato all’altro se trova un lavoro e un luogo dove le case costano di meno. Ad agevolare questo fenomeno c’è anche la consuetudine, specialmente tra i redditi più bassi, di vivere in case in affitto e con poca mobilia.

Comunque, al di là degli spostamenti interni, questo censimento ha messo in evidenza la crescita poderosa, in soli 40 anni, dell’etnia “ispanica” (detta anche “latina”) riferendosi però non ai popoli europei (definiti di etnia “caucasica”) ma ai popoli di lingua spagnola o portoghese che partono dal Messico e comprendono tutta l’area dell’America Centrale e del continente sudamericano. Nel grafico qui sotto si nota facilmente la forte decrescita della popolazione originaria di pelle bianca (gli ex coloni inglesi). Stabile la popolazione di pelle nera (di origine africana), mentre sono in forte crescita gli ispanici e i meticci (incroci tra diverse etnie). Quasi insignificante il numero dei “nativi” che popolavano il continente prima dell’arrivo delle tre caravelle di Sua Maestà Isabella di Spagna, guidate da Cristoforo Colombo.

Naturalmente il Censimento non ha semplicemente lo scopo statistico di contare il numero della popolazione e delle etnie, ma assegna anche importanti decisioni legate ai fondi federali, che vengono appunto concessi in base al dato numerico della popolazione. Sempre su questa base viene anche assegnato il numero dei seggi di ogni “Parlamentino” di ognuno dei 50 Stati che compongono l’Unione e poi anche della “Camera Bassa” del Congresso, che aumenta anch’essa i seggi sulla base della popolazione. Il numero dei Senatori invece è sempre uguale a 100, 2 per ogni Stato, qualunque sia la vastità del suo territorio e/o la sua popolazione.

Tutto questo ha quindi una inevitabile influenza anche sul piano politico, essendo ormai imminenti (tra poco più di un anno) le elezioni politiche generali dette di “medio termine” (perché arrivano al secondo anno del presidente in carica, che dura 4 anni), e possono cambiare le maggioranze nei due rami del Congresso.

La concomitanza coi dati emersi dal nuovo Censimento attribuisce però in questa occasione ancor più importanza ai risultati numerici delle variazioni avvenute sulla popolazione perché, come già accennato sopra, assegnano nuovi seggi nei Parlamentini e nel Congresso di Washington, oltre a cospicui fondi concessi appunto su base numerica sui dati emersi dal censimento. Solo che anche dati che sembrerebbero incontrovertibili possono invece essere modificati con delle complicate tecniche di misurazione e tracciatura dei confini di ogni territorio assegnato al seggio (detti in inglese “gerrymandering”, intraducibile, ma sostanzialmente una piccola truffa in “guanti bianchi” sulle modalità di calcolo, che producono risultati politici molto importanti dato che assegnano seggi e fondi parlamentari).

Il timore, che non è però solo un timore, è che queste “tecniche” possono essere usate anche per scopi meno “nobili” che la conquista di qualche seggio. Spostando le maggioranze politiche si può influire anche su decisioni politiche, economiche o persino “razziali” (come da grafico). I due partiti maggiori sono perciò già alacremente al lavoro per non farsi “fregare” dagli avversari. Qualcosa è già arrivato persino alla Corte Suprema, che però già nel 2019 tramite il Giudice capo Roberts ha detto che non c’è nulla nella Costituzione che consenta alla Corte Suprema di intervenire in una questione prettamente politica.

Staremo a vedere. Colpi bassi in politica non mancano mai, speriamo solo che non finisca come lo scorso anno.

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