“Non riesco a riprendere in mano gli strumenti del mestiere dopo la lunga detenzione. Mi manca il contatto con la macchina fotografica, la telecamera, il telefono. Spero di poter tornare presto a fare il mio lavoro. Il giornalismo non è un crimine”. Ecco l’esempio più nitido di come la strategia repressiva del regime del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi contro i presunti nemici dello Stato produca effetti devastanti e irreversibili. Le parole di Solafa Magdy, giornalista egiziana arrestata (assieme al marito Hosam Elsyad) nel novembre del 2019 e rimessa in libertà il 14 aprile scorso, raccontano meglio di altri esempi l’incubo vissuto dai cosiddetti prigionieri di coscienza.

Un recente post sulla sua pagina social ha suscitato choc e con lei abbiamo approfondito le spine di una fase molto delicata della sua vita. Tutti gli attivisti che hanno patito lo stesso percorso giudiziario e sono tornati in libertà dopo mesi o anni di ingiusta detenzione patiscono un effetto simile: uno svuotamento generale e l’incapacità di riallinearsi con la vita sociale di tutti i giorni. Il timore che la stessa cosa possa accadere a tanti altri, compreso Patrick Zaki, è concreto. Lo stesso studente Erasmus dell’università di Bologna ha già mostrato segni di profonda debolezza rispetto all’assurda detenzione nella prigione di Tora.

Solafa e Hosam sono stati rilasciati dopo 17 mesi di carcere, lei in quello femminile di Qanater, lui a Tora. Zaki ha superato il 18esimo mese e si avvicina al traguardo dei 600 giorni. Se in un primo periodo il suo entusiasmo studentesco gli ha consentito di immaginarsi fuori dal carcere e di nuovo tra i banchi dell’ateneo bolognese per riprendere il suo corso bruscamente interrotto, ora anche quel barlume di speranza sembra spento. Forse la sua reazione sarà diversa rispetto ad altre, ma il timore che Patrick possa pagare dazio e non essere più così entusiasta a rimettere in piedi la sua carriera accademica è concreto. Basta ascoltare le parole di Solafa Magdy: “Da quando sono stata rilasciata, quattro mesi e mezzo fa circa – racconta la giornalista egiziana – ho dentro un peso che non se ne va. Non riesco più a fare le cose banali come rispondere a un messaggio, intrattenere discussioni, scrivere commenti. Resto a letto per gran parte delle giornate, ho il sonno disturbato da incubi angoscianti. Di notte mi sveglio all’improvviso urlando di terrore, la paura negli occhi, rivedo le immagini patite in carcere. È come se mi sentissi di morire. Esco poco, ogni volta ci penso su due volte. Quando mi guardo allo specchio vedo la malinconia sul volto e quando, in compagnia di altre persone, sorrido, faccio uno sforzo. Il traffico cittadino mi fa paura, rivedo me stessa dentro i blindati quando dal carcere mi portavano in tribunale per le udienze di rinnovo della detenzione”.

Il desiderio più grosso di Solafa e di suo marito una volta usciti era quello di riabbracciare il piccolo Khaled, il figlio della coppia, che durante la prigionia dei genitori ha vissuto con la nonna: “Lui è tutta la nostra vita – aggiunge Solafa Magdy -, ma tutto è cambiato, anche l’atteggiamento verso di lui. Mi dispiace di non essere più così presente come accadeva prima, sono sempre esausta e incapace di nascondere con mio figlio e mio marito la profonda amarezza che ho dentro. L’uso dei farmaci a cui sono legata è un altro problema che devo assolutamente risolvere”.

E poi il lavoro, fatto con passione dalla coppia di giovani giornalisti egiziani. Assieme avevano formato una squadra eccezionale: lui operatore e lei giornalista, sempre sul pezzo, sulla notizia, autorevoli e scomodi al regime che infatti non ha perso tempo a metterli fuori gioco per un po’, forse per sempre. “Sto cercando un lavoro, vorrei tornare a fare ciò di cui sono capace, ma non è facile. È passato tanto tempo dall’ultima volta, mi sento distante da determinati concetti, interviste, connessioni online e così via. Purtroppo sto pagando un pegno inevitabile alla mia vita e alla mia professione, un lavoro straordinario che ho sempre svolto con passione in un Paese complicato. Tanti colleghi non ci sono più e io racconto storie anche in loro memoria”. Infine la frase più dura e drammatica emersa durante la nostra conversazione con Solafa: “Il mio corpo è stato liberato, ma purtroppo la mia anima è rimasta dentro la prigione di Qanater”.

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