Come se non bastasse, a Jeremie, nell’estremo Ovest, alcuni giorni fa è crollato un ponte. Un camion pesante – troppo – lo ha attraversato e ha fatto cadere tre dei cavi che lo tenevano in piedi: un villaggio, così, è rimasto isolato. Gli abitanti del posto si sono messi a smontarlo e a rovistare fra le macerie per ricavare ferro da vendere. Cercano di guadagnare qualcosa, comprare cibo. Haiti è in emergenza. Il Covid fa morire a colpi di variante Delta e mancanza di vaccini, l’uragano Grace ha travolto gran parte del territorio e soprattutto il terremoto di magnitudo 7.2 del 14 agosto ha provocato oltre 2mila morti, 12mila feriti e 344 dispersi. “C’è una grande differenza rispetto al sisma del 2010”, spiega Mariavittoria Rava, presidente di Fondazione Francesca Rava-Nph, presente dal 1987 nel Paese centramericano che è agli ultimi posti nel mondo per condizioni dell’infanzia, statistiche di mortalità, indigenza. Rispetto al terremoto del 2010 la differenza è “un cambio di direzione dei soccorsi – spiega Rava – se nel 2010 erano le persone a raggiungere l’ospedale della capitale, che si ritrovò al completo, ora dobbiamo essere noi a raggiungere le aree rurali. Perché le scosse del sisma e le piogge determinate da Grace hanno bloccato la gente nei villaggi“. Le zone più interessate sono Jeremie, Maniche, Ranbo, Port Salut e Aquin. Tutte in campagna e tutte difficili da raggiungere. “Ad Haiti, già in condizioni non emergenziali, non ci sono mezzi pubblici“. E considerando che il Paese è grande come la Lombardia, come ci si sposta? “A piedi. Facendo chilometri con carichi pesanti sulla testa per fare provviste”. Oppure con i tap-tap: “Autobus organizzati dalla gente locale per cercare di supplire alla mancanza di linee. Si sale, si bussa sul tetto (da qui il nome tap-tap) e poi lo si fa di nuovo quando si decide di scendere”. Lo staff di Fondazione Rava, che fa capo all’ospedale Saint Luc ed è composto da 1600 addetti, svolge perciò le cosiddette attività di “out reach”: “Raggiungiamo i villaggi più poveri con cliniche mobili, per agire il più possibile in strada”. Dall’inizio dell’emergenza sismica hanno soccorso così 3500 persone. Distribuisce medicine, antibiotici, acqua. “All’ospedale di Port-au-Prince ci sono 40 pazienti, ma è un numero che continua ad aggiornarsi”.

Il sacerdote e medico Rick Frechette si trova ad Haiti dal 1987 e dirige la Ong Nuestros Pequeños Hermanos, rappresentata in Italia dalla Fondazione Francesca Rava. Sul sito ricorda le prime scosse così: “Stavo bevendo una tazza di caffè con alcuni dei nostri lavoratori e il terreno ha iniziato a tremare. Si è sollevato ancora ed ancora, e siamo usciti fuori per evitare che la merce impilata in alto nel magazzino ci cadesse addosso. Fortunatamente, avevamo già una squadra medica Saint Luc che stava svolgendo campi sanitari estivi in zona, a Port Salut e Camp Perrin. È stato facile trasformarla immediatamente in un team di traumatologia, per aiutare l’ospedale generale di Les Cayes e per curare i feriti lievi, cosa che abbiamo fatto dal primo giorno. Abbiamo portato loro i rifornimenti lo stesso pomeriggio in camion, con un viaggio di quattro ore”. Si sta occupando di assistere le persone rimaste senza casa distribuendo tetti (600 per ora) famiglia per famiglia. Come scrive lui stesso in un report, ha raggiunto le aree di Rendel, Morne Blanche (Nippes) e Aquin.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, Haiti è il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Il 76% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. La mortalità infantile sotto i cinque anni conta 72 decessi ogni 1000 bambini, la speranza di vita non va oltre i 62 anni di età e l’accesso all’acqua potabile è tutto fuorché scontato. “Si va avanti a cisterne. Sia nelle aree povere che in quelle benestanti come Petroville, la zona ricca di Port au Prince“, spiega Mariavittoria Rava. “Lo stesso vale per l’energia elettrica, che non c’è. Si usano i generatori, lo facciamo anche noi: in ospedale ci sono 250 letti, di cui l’80% è di terapia intensiva. Non possiamo permetterci di restare senza corrente”.

Le tre lance che hanno colpito il Paese in questo momento (variante Delta, terremoto e Grace), spiega Rava, inaspriscono e affondano perciò un contesto che è già di norma emergenziale. “Poco prima del sisma, i miei colleghi impegnati sul posto avevano chiesto aiuto perché erano in grave carenza di ossigeno all’interno dell’ospedale. Immaginiamo come possa essere la situazione ora”.

Un modo per appianare l’urgenza c’è, e passa per l’ampliamento delle conoscenze scientifiche dei locali: “Un esempio su tutti, noi collaboriamo con l’università di Torino. Ha istruito il personale del posto a realizzare i farmaci lì, senza farli arrivare da fuori”. Qualche spiraglio quindi c’è, anche se la situazione rimane critica: “Avevano esaurito il Betadine, un disinfettante fondamentale in caso di traumi. Hanno imparato a produrlo in loco“. Su tempi medio – lunghi, il percorso necessario per far rialzare il Paese è l’istruzione. Sui tempi più immediati invece è necessaria un’azione strutturale, da intendere prima di tutto in senso letterale: “Servono i tetti per le case“, ricorda Rava. “Cominciamo da quelli”.

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