Il 15 agosto scorso Marco Travaglio ha scritto su Il Fatto Quotidiano un editoriale dal titolo Green pacco, nel quale esprimeva i suoi dubbi su vaccini e green pass derivanti dalla lettura dei dati circolanti in questi giorni sull’andamento della pandemia. Mi piacerebbe utilizzare questo spazio e il suo articolo per avere un confronto sul ruolo della comunicazione in tempi di crisi, sanitarie e sociali. Parto dal punto che mi ha trovata del tutto d’accordo: “Chiunque sollevi qualche dubbio passa per un fottuto No Vax”.

È assolutamente vero. Il clima che si è diffuso negli ultimi mesi nel nostro Paese è a dir poco preoccupante. La deriva estremista che sta prendendo il pensiero dei cittadini sta trasformando, come scriveva Albert Camus più di settanta anni fa, qualsiasi dialogo in polemica (quando non nel vero e proprio insulto), che secondo lo scrittore consiste nel “ritenere l’avversario un nemico, quindi nel semplificarlo e nel rifiutarsi di vederlo”.

È per questo che non si può comodamente etichettare come prodotto di stupidità o analfabetismo qualsiasi dubbio, paura o diffidenza, soprattutto quando questi ultimi sono anche il risultato della sfiducia che le classi dirigenti hanno generato nei cittadini e del tradimento di chi avrebbe dovuto avere il compito di insegnare e di comunicare. E oggi sarà anche eretico dirlo ma grandi responsabilità le ha anche una comunità medica che ha fatto della presunzione e dell’arroganza due delle sue caratteristiche principali, come se le verità medico-scientifiche di oggi fossero la sola, unica, immutabile Verità e non anche il frutto degli errori del passato, come se il metodo scientifico non fosse basato sulla falsificabilità.

Il rapporto tra ricerca (scientifica e non) e opinione pubblica è essenziale per l’evoluzione della società e chi, come Roberto Burioni, scrive (parafrasando) frasi del tipo “vaccinatevi o state a casa a vedere Netflix” è il peggior nemico di coloro che, con la forza delle evidenze scientifiche e statistiche, provano pazientemente e instancabilmente a comunicare ai cittadini i risultati e l’efficacia della ricerca (scientifica e non), come i medici pro-vax fondatori della pagina Facebook Pillole di ottimismo stanno facendo dall’inizio della pandemia.

Comprendo l’insofferenza che può generare chi mette in discussione anni di studio e di fatica basandosi su una frase trovata su Wikipedia ma, per comunicare efficacemente, non cedere alla rabbia, alla frustrazione e all’atteggiamento paternalistico non solo è fondamentale ma, soprattutto per chi accetta di avere ruoli pubblici e/o di divulgazione, ritengo sia anche doveroso.

Ed è quindi con spirito dialogante che mi permetto di muovere una critica, solo di metodo, al titolo e ai punti 1, 3 e 4 dell’articolo di Marco Travaglio. Io non ho le competenze necessarie per rispondere ai suoi legittimi dubbi e, anzi, piacerebbe anche a me, cittadina vaccinata e pronta a fare una terza dose, se necessaria, avere le risposte alle sue domande. Ma non è forse compito della stampa chiedere quelle risposte agli esperti (o a più esperti, se coesistono visioni differenti) per poi riportarle fedelmente e criticamente in un linguaggio comprensibile ai cittadini?

Per esempio, gli esperti di Pillole di Ottimismo hanno già spiegato la strumentalizzazione della famosa frase di Anthony Fauci sulla contagiosità dei vaccinati, estrapolata dal suo discorso completo, e l’efficacia dei vaccini anti Covid-19 (come potete verificare dai grafici in basso). Credo sia giusto, anzi, direi essenziale che i giornalisti coltivino il dubbio e il dissenso ma questo deve essere teso a generare confronto e conoscenza e non ad aumentare confusione e incertezza, soprattutto quando si ha la possibilità di avere risposte. E a maggior ragione in un periodo come questo, dove sono in ballo vite umane.

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