Se la prevenzione salva vite, la disinformazione Covid-19 può uccidere. È incredibile essere qui a dover commentare di nuovo le uscite di Alberto Zangrillo, già famoso la scorsa primavera per aver affermato che il coronavirus era “dal 31 maggio… clinicamente inesistente“. Dopo quell’affermazione, la Covid-19 ha causato la morte di milioni di persone nel mondo, gravi sofferenze ai famigliari delle vittime e a individui colpiti da “long Covid”. Il 31 maggio 2020, i decessi a livello globale erano 394.786 e sono saliti 4.120.000, mentre in Italia sono aumentati da 33.415 a 127.884.

La nuova sparata di questi giorni “il virus è clinicamente inesistente 2“, mentre nel Regno Unito la variante Delta ha aumentato sia il numero di ospedalizzati che di decessi, potrebbe essere comica se non fosse così tragica. Vediamo perché.

Dall’inizio della pandemia, sono state diffuse una serie impressionante di inesattezze, imprecisioni tecniche e notizie false. Purtroppo, buona parte di queste informazioni scorrette sono state divulgate non solo da comuni mortali senza nessuna preparazione scientifica, ma anche da famosi esperti molto seguiti nei media e social networks.

Nelle settimane antecedenti i primi decessi, numerosi esperti minimizzavano l’impatto del virus e dubitavano della sua pericolosità affermando che il coronavirus era “poco più di un’influenza”. Altri diffondevano scetticismo nei confronti delle statistiche sulla mortalità ripetendo la domanda se si trattasse di “morti con o per coronavirus?”. La premessa di tali critiche è che si sia creato molto rumore per nulla, o in alcuni casi estremi, che la pandemia non fosse altro che un’invenzione, uno stato di paura collettivo, un pretesto usato per limitare le nostre libertà e democrazia.

Eppure, già nei mesi di gennaio e febbraio, 2020, su prestigiose riviste scientifiche come Lancet e Jama venivano pubblicate analisi che mettevano in guardia rispetto alla pericolosità del virus. Inoltre, l’evidenza sull’eccesso di mortalità causato dalla Covid-19 esisteva già durante i primi mesi della pandemia quando si sentivano infondatezze in TV praticamente ogni giorno. Secondo la World Health Statistics 2021, la Covid-19 non è stata solo una delle principali cause di morte dell’anno 2020, ma i decessi reali sono stati almeno il doppio se non il triplo di quelli accertati.

Dopo la prima ondata di decessi e la diffusione di scene tragiche come i camion militari che trasportavano bare in provincia di Bergamo, si pensava, forse ingenuamente, che la disinformazione fosse terminata. Non è andata così. E con l’arrivo dell’estate 2020, siamo stati investiti da una seconda ondata di sparate nei media. Quasi tutti noi ricordiamo famosi virologi parlare di “emergenza finita” o di “un virus indebolito” o “svuotato” e che “non ci sarebbe stata una seconda ondata” o esperti che affermavano “sono quasi tutti asintomatici e (quindi) non contagiano”.

Il fallimento della comunicazione è stato uno dei nostri più tragici errori. Durante una pandemia, informare correttamente i cittadini è questione vitale. Vari studi [qui e qui] confermano che l’esposizione alla disinformazione e una distorta percezione del rischio rispetto al coronavirus influenzano negativamente comportamenti protettivi come indossare la mascherina e rispettare il distanziamento. Questi comportamenti, se adottati in modo adeguato, non riducono solo i contagi, ma anche i decessi. Ma se i comportamenti preventivi salvano vite, la disinformazione può uccidere.

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