Ad Abdeliah andrebbe data la cittadinanza onoraria di Reggio Calabria. Venditore ambulante, di origini marocchine, da 30 anni vive in Italia e ha avuto il coraggio di denunciare il furto subito da due agenti della polizia locale. Che si erano presentati alla sua bancarella, per la quale aveva regolare licenza di commercio, e abusando della propria qualità gli avevano portato via merce per un valore di 800 euro. Dalla denuncia è partita un’indagine della Procura di Reggio Calabria e della Guardia di finanza, che ha portato alla scoperta di una “vera e propria associazione criminale” al cui vertice c’erano gli agenti della polizia locale reggina Mauro Anselmi e Giuseppe Costantino, gli stessi che hanno rubato la merce ad Abdeliah. Entrambi, nella notte tra lunedì e martedì, sono finiti agli arresti domiciliari, raggiunti dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Vincenza Bellini su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e del pm Alessia Giorgianni. Una vera “pulizia locale”, quella delle Fiamme gialle: altri sette vigili, infatti, sono stati sospesi dall’esercizio per dodici mesi. Si tratta di Domenica Fulco detta “Mimma”, Vincenzo Cassalia, Concetta Sorbilli, Maria Cinanni, Umberto Fabio Falcone, Giacomo Mauro e Paolo Cilione. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falso ideologico e violenza privata.

Partita dalla denuncia di Abdeliah, l’indagine ha consentito alla Procura di far luce su un panorama di abusi molto più vasto ai danni dei venditori ambulanti extracomunitari. Gli agenti sottraevano loro sistematicamente la merce senza redigere alcun verbale di sequestro amministrativo nè atti di altro tipo, e poi pubblicavano sull’albo pretorio del Comune verbali di rinvenimento di merce nei confronti di soggetti ignoti. I vigili urbani, di fatto, terrorizzavano i commercianti stranieri. Uno di loro, Taibi – anche lui marocchino – ha raccontato le minacce subite dopo aver sporto denuncia nei confronti di agenti che avevano preso, senza pagarle, quaranta borse dalla sua bancarella: “Una vigilessa che si faceva chiamare Mimma – ha messo a verbale – mi ha detto che a lei i “cardellini” non piacciono e dopo quello che ho fatto posso sparire da Reggio Calabria perché non mi faranno più lavorare. La circostanza l’ho raccontata ad alcuni miei connazionali ai quali ho detto che avrebbero dovuto anche loro presentare denuncia perché non è possibile continuare in questo modo illegale. I vigili vengono, ci prendono tutto e vanno via. Nessuno dei miei connazionali, però, è voluto venire a fare denuncia perché tutti hanno una paura tremenda dei vigili stessi”. Tra le vittime anche alcuni italiani. Come un pensionato, che si diletta a coltivare ortaggi e ha raccontato un episodio dello scorso gennaio, quando si trovava in piazza del Popolo a vendere tre cassette di frutta: “Si sono avvicinati tre uomini che si sono dichiarati essere vigili urbani. Mi hanno chiesto se avessi la licenza a vendere la mia merce e io rispondevo di no. A questo punto si prendevano i prodotti che io avevo sul furgone, non sull’area pubblica, e andavano via senza rilasciarmi alcun verbale o documento. Mi hanno detto: o ti facciamo il verbale oppure ci prendiamo la merce e ce ne andiamo via”.

Un altro filone dell’inchiesta è quello che riguarda, invece, i due agenti finiti agli arresti domiciliari. Anselmi e Costantino avevano messo in piedi un sodalizio finalizzato alla ricerca di veicoli da rottamare, acquisire o cannibalizzare. Gli agenti della polizia locale sono accusati di essere i promotori di un’associazione a delinquere della quale fanno parte anche Bruno Stelitano, Antonio Domenico Iannò e Domenico Francesco Suraci, a cui sono riconducibili due imprese operanti nel settore del soccorso e della rimozione di veicoli, una delle quali è una depositeria giudiziaria autorizzata: si tratta della “3 Esse Car” per la quale la gip ha disposto il sequestro preventivo. Il meccanismo, scrive, era “semplice e collaudato: i due pubblici agenti individuavano le autovetture da controllare perché i loro proprietari non avevano provveduto a pagare l’assicurazione o erano proprietari di mezzi sottoposti a fermo”, e facevano loro “chiaramente intendere che avrebbero potuto evitare di essere esposti a sanzioni ove avessero preferito consegnare il mezzo a Stelitano, gestore del deposito, versando una somma tra i 150 e i 250 euro per la rimozione e il trasporto”. In questo modo, accettando la “soluzione gentilmente offerta” dai vigili indagati, i privati avrebbero evitato la contestazione della sanzione amministrativa e potuto persino trovare una soluzione agevole per rottamare un mezzo che non usavano più”. La verità, però, era diversa: i due pubblici ufficiali, scrive la Finanza, “agivano con il solo scopo di far lucrare ai loro complici somme maggiori rispetto a quelle che sarebbero loro spettate se i due vigili avessero seguito le vie legali”. Per la Procura, infatti, i responsabili del carroattrezzi erano d’accordo con i due agenti di polizia locale e procedevano alla rimozione e rottamazione delle auto dietro il pagamento di un corrispettivo in contanti che era di gran lunga superiore ai compensi previsti dalla convenzione con il Comune.

Non esistendo alcun verbale delle contravvenzioni, inoltre, l’ente non percepiva nemmeno il canone concessorio dalle ditte incaricate del recupero dei mezzi. Una delle imprese amiche dei vigili indagati, inoltre, era riconducibile a un soggetto definitivamente condannato per associazione mafiosa. I referenti delle imprese venivano avvisati prima, in modo da far arrivare subito il carroattrezzi sul luogo e costringere i malcapitati a versare la somma prevista per il “diritto di chiamata”, dovuta anche se la rimozione non viene eseguita. Dalle indagini, inoltre, è emerso un business sui pezzi di ricambio. Alcuni veicoli, infatti, sono stati “cannibalizzati”, con l’asportazione – presso officine “di fiducia” degli indagati – di pezzi da applicare ad autovetture loro o di amici. “Non può non essere sottolineata – scrive ancora il gip nell’ordinanza – la spregiudicatezza e il forte senso dell’impunità degli indagati, i quali hanno abusato della loro qualità strumentalizzando la qualifica rivestita, violando le regole di legalità e probità professionale proprie dell’ufficio ricoperto”. Il duo Anselmi e Costantino ha posto in essere “lucidamente e senza remore plurime condotte di abuso costrittivo e induttivo, mentre gli altri indagati ponevano in essere plurime condotte di falsificazione di verbali di rinvenimento della merce esposta per fa vendita da ambulanti di nazionalità straniera”. I due agenti, conclude, “non hanno esitato a tradire la propria pubblica funzione, svolgendola con illecite finalità e prendendo così le distanze da chi quotidianamente, tra le forze di polizia, svolge il proprio dovere con dedizione, sacrifici e rinunce“.

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