di Luca Amorosi e Matteo Maria Munno

Da ieri sera a questa mattina – ed è ancora in corso – c’è il trionfo, il tripudio, la gioia di un Paese che al netto di una pandemia si è riversato sulle strade, sui balconi, sulle piazze – mask-muniti nella maggior parte dei casi – per esplodere di gioia azzurra dopo il successo della Nazionale ai danni dello strafavorito Belgio. Non c’è Lukaku a zittire che tenga, o tir’ a gir’ di Lorenzo Insigne va festeggiato, memato, tiktok-ato.

Ogni storia in realtà è composta da altre storie: ieri sera abbiamo celebrato la fine della partita, la partita stessa dentro aveva il coraggio di De Bruyne rotto e in campo, o ancora il dualismo a tinte meneghine tra il partente Donnarumma e il rampante Lukaku, le lacrime del giallorosso Spinazzola e il suo tendine d’Achille che ha fatto crack.

C’è un’altra storia, però, di cui si è parlato tanto prima e noi sentiamo il ‘prurito’ di sottolineare dopo: l’Italia in ginocchio. No, non stiamo parlando della crisi economica, della ripresa post-pandemia o dei poteri forti: stiamo parlando dell’adesione azzurra all’azione del Belgio legata all’adesione a Black Lives Matter. Dopo tanto parlare, i ragazzi di Mancini hanno affiancato i colleghi del Belgio nel manifestare sdegno per un problema che lo sport italiano conosce bene (better ask Zoro) e che non va ‘evitato’, ma affrontato e smontato pezzo per pezzo fino a sradicarlo. Il modo per farlo, però, va migliorato. Perché si tratta di uno di quei casi in cui non va visto solo il risultato finale (la genuflessione) ma anche e soprattutto il processo con cui ci si arriva. Processo nel quale tutti noi, per ora, ne siamo usciti con un voto al di sotto della sufficienza. Il supporto si fa social con sticker e stories? Anche, ma inizia a non bastare più.

“Meglio eliminati che in ginocchio”: è forse questo il commento più aberrante che abbiamo dovuto leggere nel mondo social in questi giorni di polemica per l’inginocchiamento (assente, totale, parziale) della Nazionale a supporto del movimento Black Lives Matter.

Il gesto che viene svuotato dell’impegno sociale che rappresenta e viene invece connotato negativamente come chissà quale segnale di sottomissione o di resa: un ragionamento talmente deviato da lasciare interdetti, un po’ come quello di considerare l’intera questione come un fatto politico, e quindi divisivo, quando in realtà non fa che sensibilizzare su un aspetto sociale in cui in gioco ci sono diritti umani fondamentali, e che per questo dovrebbe mettere tutti d’accordo. E perché c’è chi si trincera dietro discorsi del tipo “il razzismo si combatte in altri modi”? Perché non accettare che questo è uno dei tanti modi? Parliamo di una competizione internazionale vista da mezzo mondo, di calciatori che hanno milioni di followers nei vari canali social: un ginocchio a terra, in questi casi, può fare tutta la differenza del mondo, altroché. E allora, perché non farlo?

Sarebbe da chiedere a calciatori e vertici della Nazionale che in queste settimane, fuori dal campo, si sono comportati in modo diametralmente opposto rispetto alla bella cavalcata che ci ha portato in semifinale. Palesando, soprattutto, una gran confusione: dall’inginocchiamento parziale contro il Galles alla decisione di restare in piedi con l’Austria in quanto, testuali parole, è un’iniziativa non condivisa (perché?), fino al comunicato in cui si lascia libera scelta ai singoli giocatori, per togliere le castagne dal fuoco, dopo essere passati dall’apice del nonsenso: “Quando ci sarà la richiesta da parte dell’altra squadra, ci inginocchieremo, per sentimento di solidarietà e sensibilità verso l’altra squadra”. Ci sarebbe da puntualizzare che la solidarietà non va data all’altra squadra, ma a un’intera comunità globale di persone che quotidianamente vive discriminazioni e ingiustizie, ma tant’è.

Che poi, se qualcuno si è guardato la nazionale di basket al torneo preolimpico, avrà notato che tutti i nostri cestisti si sono inginocchiati: nessuna polemica, nessun dibattito, nessun appunto. E allora, forse, è solo un problema culturale del nostro calcio, che gode di fin troppo seguito e, di conseguenza, di troppi interessi e condizionamenti. Ed ecco che per non infastidire nessuno, anche quando nessuno ha motivo di farlo, ci si rifugia nell’ignavia e nel benaltrismo. In fondo, vogliamo solo vedere una partita di calcio, no?

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