È stata tra i primi scienziati in Europa a scrutare da vicino Sars Cov 2 e tra i primi ricercatori in Italia a ricevere il vaccino lo scorso dicembre. Maria Rosaria Capobianchi, docente di Biologia Molecolare alla guida del Laboratorio di Virologia dell’Istituto Spallanzani di Roma, a un passo dalla pensione dopo essere stata trattenuta dall’emergenza da affrontare, vuole che si sappia che ora, anche con i contagi in calo, l’estate, non bisogna mollare le misure che abbiamo imparato e continuare a “vaccinare, vaccinare, vaccinare“. Impegnata da mesi in prima linea contro il virus non ha paura della variante Delta (già indiana), che è diventata predominante nel Regno Unito, perché con due dosi “il vaccino funziona benissimo”. E poi “io non penso ci sarà una quarta ondata, perché sono ottimista e vedo che le cose stanno andando bene rispetto all’anno scorso. Oggi abbiamo i vaccini e presto avremo la maggior parte della popolazione vaccinata”. Per la scienziata alla fine “vinceremo” questa battaglia che è costata quasi 4 milioni di morti nel mondo e quasi 130mila in Italia.

Professoressa anche la variante Delta lei l’ha vista da vicino
Il 2 aprile è segnalata per la prima volta in Italia. Da allora c’è stato un aumento che però direi molto contenuto rispetto a quello che si è verificato in Inghilterra dove c’è stata una crescita esponenziale che ha portato la nuova variante a soppiantare totalmente la precedente, quella inglese che ora chiamiamo Alpha. In Italia abbiamo tuttora una forte predominanza della Alpha che è abbastanza stabile intorno a 80-85%. Abbiamo visto gruppi di positivi alla variante delta fra le persone in arrivo dall’India, prima che venissero bloccati i voli, ma questi casi sono stati quasi tutti circoscritti e non c’è stata massiccia diffusione tra la popolazione.

In Gran Bretagna a un certo punto hanno deciso di allungare i tempi della seconda dose per coprire più persone, ma dagli studi ora emerge che solo la doppia dose protegge.
Non si possono criticare le decisioni che sono frutto di situazioni contingenti che hanno avuto una loro logica e giustificazione. Le lezioni apprese sono utili. Ci sono evidenze che cambiano con il tempo, l’incidenza e la frequenza. È successo anche in Italia, ma non perché è cambiato il parere ma perché è cambiata la situazione. Le indicazioni vengono mutate in base alla situazione, analizzando i dati e facendo le dovute previsioni.

La variante Delta sembra più aggressiva, ci costringerà a cambiare nuovamente le indicazioni?
Io credo che non dobbiamo pensare in termini di varianti, ma pensare a contrastare il virus e la sua circolazione perché le varianti emergono come normale conseguenza della circolazione del virus. Se sono dotate di diffusibilità sufficiente, le varianti che emergono occupano tutti gli spazi disponibili lasciati liberi dalle precedenti varianti, soppiantandole. Noi dobbiamo contrastare la circolazione del virus in tutte le sue forme.

E per contrastare la circolazione sappiamo bene cosa fare.
Vaccino, vaccino, vaccino e le misure che abbiamo imparato ancora e ancora da mantenere: mascherine, distanziamento sociale e igiene delle mani. Nei limiti del possibile tenendo presente che si devono bilanciare vari fattori sociali, economici, psicologici.

Da mesi si parla dell’importanza del sequenziamento. A che punto è il consorzio italiano annunciato?
Il sequenziamento non ha nessuna importanza diagnostica a livello individuale e di per sé non ostacola il diffondersi delle varianti; invece ha importanza per capire cosa circola e come evolve l’epidemia, così da predisporre misure di contrasto adeguate. Quindi è una premessa, un elemento di conoscenza che fa parte della risposta in termini di salute pubblica. L’iniziativa nazionale non è ancora nata, fa fatica a decollare perché ci sono tanti interessi e contrasti in campo. Ciascuno, ogni istituzione ne reclama la paternità e la leadership. Accanto a questo, si affianca il problema più grave, cioè quello economico, perché il sequenziamento ha un costo, questo è il nodo cruciale. Quello che si fa attualmente è basato su iniziativa delle Regioni, sulla buona volontà e grazie agli istituti di ricerca, altrimenti non ci sarebbero risorse per rispondere alle richieste in termini di sorveglianza molecolare dell’Istituto Superiore di Sanità.

Questo rallentamento non potrebbe essere solo un danno attuale ma anche futuro visto che gli scienziati ipotizzano altre pandemie per il futuro?
Esatto. Questa iniziativa è tardiva e arriva in una fase calante della emergenza pandemica. Spiace non essere riusciti a farlo prima. Le iniziative devono essere portate avanti in vista di un disegno più globale e che guardi al futuro, fa parte della preparedness (preparazione, ndr). Abbiamo toccato con mano in Italia e in tutto il mondo che il livello di preparazione non era adeguato; a ogni epidemia diciamo la stessa cosa. Bisogna investire sull’essere pronti, però si fa fatica a fare accettare questo principio se non si tocca con mano e non si casca in un baratro come quello abbiamo sperimentato in questo periodo. Bisogna investire per tenere le strutture preparate, come una molla che si deve tenere tesa perché scatti al momento giusto senza preavviso; però tutta l’energia che serve a tendere la molla richiede impegno di risorse. Anche se c’è da dire che sequenziare è si importante per riconoscere le varianti e valutarne la diffusione, ma non basta per evitarne il dilagare; poi servono delle misure di contrasto adeguate. Un paese che ha investito molto come l’Inghilterra, mettendo in piedi una poderosa rete di sequenziamento, è stata investita in pieno dalle varianti, prima l’Alfa e ora la Delta, pur avendone riconosciuto precocemente le avvisaglie

E ora la variante Delta dilaga in Gran Bretagna e ha imposto il rinvio dell’eliminazione delle ultime misure restrittive
C’è stato un calo enorme della circolazione comunque. Il sorpasso della variante è avvenuto nella popolazione non vaccinata o vaccinata con una sola dose.

Quindi come dicono gli studi recenti il vaccino non viene “bucato” dalla variante Delta
Questa variante è più diffusiva, ma il vaccino protegge in maniera quasi assoluta dalle forme gravi e dalle ospedalizzazioni. Un po’ meno consistente la protezione verso le infezioni lievi e asintomatiche. Viene fermata di meno da una singola dose.

Possiamo essere un po’ più fiduciosi allora?
Io sì lo sono, anche di natura. Lo sforzo che è stato fatto con la campagna vaccinale ha portato già importanti frutti. Più la copertura prosegue e si amplia, più la circolazione del virus viene ostacolata; ma se la barriera non è sufficientemente forte, le varianti dotate di maggiore diffusività non saranno fermate. Ce lo aspettiamo questo, i vaccini attuali sono stati disegnati contro il virus originale, non mutato. Quindi è normale che laddove c’è una intensa e diffusa copertura la circolazione del virus viene fermata; se la copertura non è totale le varianti meno sensibili continueranno a circolare e ad evolversi, e prenderanno il sopravvento. Questo fenomeno non ci devi stupire, fa parte del bagaglio di conoscenze ed esperienze del virologo. Laddove la terapia non è bloccante ecco che si affermano le varianti e rischiano di selezionarsi, ma se si mantiene elevata la copertura vaccinale e non si violano le misure basate sui comportamenti, nel complesso si raggiungerà una grossa riduzione della circolazione del virus, e alla fine penso che la vinceremo. Non dobbiamo rallentare, non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo pensare che il vaccino non serva perché ci sono le varianti. Anzi il vaccino serve di più. Più si alza il muro più si rende difficile l’escape. In Israele hanno pubblicato un bellissimo lavoro: la protezione negli adulti vaccinati ha comportato una protezione indiretta anche nei giovani non vaccinati perché se si riduce la circolazione, si riduce la possibilità del virus di infettare anche chi non è protetto.

Quindi in prospettiva non la vede una quarta ondata?
Io non penso ci sarà una quarta ondata, anche perché sono ottimista e vedo che le cose stanno andando bene. Rispetto all’anno scorso oggi ci troviamo con la popolazione vaccinata. L’anno scorso non ce l’avevamo questa situazione, dopo l’estate tutta la popolazione era suscettibile ed è stato facile per il virus prendere il sopravvento. Adesso in questa riduzione non c’è solo il vaccino, ma anche l’estate, lo stare più all’aperto, la temperatura più elevata e anche altri fattori. L’anno scorso abbiamo avuto quasi un arresto dell’epidemia che è ripresa perché non c’era la popolazione protetta; ora stiamo superando la metà della popolazione adulta protetta e quindi dopo l’estate non credo ci troveremo a fronteggiare una nuova dilagante circolazione con effetto diretto e indiretto.

Gli anticorpi ci proteggeranno
Ancora non c’è una evidenza diretta che il livello di anticorpi sia proporzionale al livello di efficacia della protezione; per ora è un ragionevole parametro indiretto. L’immunità delle cellule T (con il compito di riconoscere le cellule infettate dal virus, ndr) non si misura con metodi convenzionali, quindi di fatto è un parametro non accessibile. È stato dimostrato che anche se il livello degli anticorpi si abbassa perché non circolano più plasmacellule producenti, nel midollo rimangono cellule della memoria e queste sono in grado di entrare in funzione al momento giusto. Quindi rilevare gli anticorpi circolanti è una misura grezza rispetto a quello che può essere il livello di protezione.

È un meccanismo importante
È semplicistico ma è ragionevole, lo abbiamo visto che il richiamo aumenta il livello di anticorpi quindi in maniera sostanziale anche il livello delle cellule immunitarie specifiche per il virus. Quindi è naturale pensare che il richiamo sia necessario. Concordo con chi ritiene che il richiamo con vaccini diversi può essere addirittura un vantaggio perché così si espone il sistema immunitario a una sfida diversa e lo si allena ad uno spettro di risposta più ampio: maturano meccanismi combinati, che con un singolo vaccino sarebbero stati più ristretti. Per questo ci stiamo avviando a pensare che sarà utile un terzo richiamo. Con il tempo il livello degli anticorpi diminuiscono e questo è evidente però non è evidente che con il tempo finisca il livello di protezione. Abbiamo le cellule della memoria, cellule sono educate a fare gli anticorpi. A un certo punto tornano in stato di quiescenza altrimenti sprecano energia, regrediscono e diventano cellule di memoria. Rimangono quiescenti, perché la nostra memoria immunitaria è un archivio. Queste cellule ripartono quando incontrano il virus, anche anni dopo. Questo vale sia per le cellule B che per le cellule T. Così, anche se in genere l’incontro con il virus in un soggetto vaccinato non impedisce a questo di entrare nell’organismo e di infettare le cellule presenti nel sito di ingresso, la pronta attivazione delle cellule della memoria (B e T) impedisce l’attecchimento e la propagazione dell’infezione, per cui non solo il soggetto non si ammala, ma non diffonde l’infezione ai suoi contatti.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Astrazeneca e trombosi, il terzo pezzo del puzzle sul meccanismo d’azione. Il nuovo studio: “Così il vaccino imita Covid 19”

next
Articolo Successivo

Covid, da Alfa a Lambda: tutte le varianti del virus individuate dall’Oms nel mondo

next