Joe Biden, 46esimo presidente degli Stati Uniti, vicino ormai all’80esimo compleanno, è un sollievo per chiunque si occupi di geopolitica, archiviati gli sciagurati quattro anni dell’incompetente e umorale ex palazzinaro. Ma con la nuova Casa Bianca, l’America, interpretando i segni del marketing politico, pare di qualche tacca più imperiale e sicura di sé di prima.

Dopo il tour de force europeo e gli incontri con la Nato a Bruxelles, i paesi del G7 in Cornovaglia e Vladimir Putin a Ginevra, Biden avrà in autunno un compito di monumentale importanza, un faccia a faccia con il presidente della Cina Xi Jinping. Non è un rumor, lo ha detto Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale Usa, facendo capire che il bilaterale avverrà a Roma, alla riunione del G20 fissata per il weekend del 30-31 ottobre sotto la presidenza italiana.

Il confronto si prospetta duro, come si conviene a due superpotenze concorrenti, in coerenza con la nuova politica estera americana, imposta senza tanti sofismi agli alleati Nato e Ue, e da tutti accettata con l’esclusione della Germania (riluttante ad assecondare il neo imperialismo Usa) stante il nuovo schema da vecchia guerra fredda secondo cui Pechino è oggi la vera “minaccia sistemica” per l’Occidente. Peccato che l’America di Biden non combatta il socialismo cinese realizzato, ma è semplicemente terrorizzata dalla predominanza “gialla” smart in settori chiave per l’economia e il Pil quali industria manifatturiera, intelligenza artificiale, innovazione, ricerca, spazio.

Per questo il braccio destro del presidente americano al Dipartimento di Stato, Tony Blinken, di origine ucraina, dal 2009 al 2013 consigliere per la sicurezza nazionale dell’uomo più onesto di Washington (come fu definito Biden anni fa quando era il vice di Obama) ha avuto gioco facile nel convincere il mini club di grandi ricchi con voglie di dominio chiamato G7, ad affibbiare a Xi Jinping l’etichetta di “nemico pubblico n.1”, con la scusa dei diritti umani, in testa gli Uiguri e Hong Kong, ricicciando perfino la vecchia solfa delle origini del Covid-19.

Le considerazioni da fare, schematicamente, sono cinque, chiuso lo sforzo propagandistico statunitense degli ultimi giorni.

1) La Russia è tornata ad avere il ruolo di sempre. L’incontro tra Biden e Putin – andato magnificamente nonostante gufi e catastrofisti puntassero su scenari di guerra – ha dimostrato che l’approccio americano al problema è pragmatico, orientato al business, alla gestione delle tensioni e all’abituale contenimento di Mosca, su fronti non bellici ma di pericolosità forse perfino più efficace, come gli attacchi hacker e la cybersicurezza (Navalny è irrilevante per il Cremlino, come per la Cina lo è Hong Kong).

Putin deve ritenersi il più soddisfatto, avendo riguadagnato per la Federazione Russa immagine e ruolo da superpotenza, nonostante il paese sia un nano sul fronte economico rispetto alla Cina – ma ancora e sempre un colosso geopolitico che con 8500 bombe nucleari non potrebbe tollerare, tra i punti di potenziale crisi, la richiesta di ingresso nella Nato da parte dell’Ucraina. Se i numeri significano ancora qualcosa, poi, bisognerebbe annotare anche il livello dei rispettivi Pil calcolati a fine 2020: Stati Uniti 17,58 trilioni di euro, Cina 12,3 trilioni, Italia 1,65, Russia 1,23.

2) Biden in Europa ha riaffermato la chiamata alle armi degli Alleati Nato nel doppio conflitto globale contro Russia e Cina, basandosi su un’arrogante presunzione: solo l’Occidente, con la vecchia rete di alleanze risalenti ad una guerra finita 75 anni fa, può garantire la strategia di “difendere i nostri valori democratici contro coloro che cercano di minacciarli” (le autocrazie). In Italia tutti i grandi giornali e le principali testate giornalistiche tv hanno fatto da megafono acritico a questa tesi, schierandosi a occhi chiusi con il neo-atlantismo riverniciato a nuovo. Il premier ex banchiere centrale Mario Draghi si è spinto addirittura a definire la Nato “la più potente alleanza della storia”. Grandi democrazie, e lezioni di liberismo, a ben vedere di dubbia caratura: non è forse vero che gli Stati Uniti assassinano i loro cittadini di colore in strada, vantano la più grande popolazione carceraria del mondo “libero”, e con l’assalto armato di centinaia di facinorosi trumpiani al Congresso (6 gennaio 2021) hanno simulato una situazione reale da pre-golpe?

3) Le decisioni di Washington hanno luogo anche perché Biden sul fronte internazionale non può fare unforced errors, come si dice nel tennis, fornendo materiale di cui trumpiani e repubblicani lo chiamerebbero a rispondere nelle elezioni di midterm del 2022. I parlamenti europei, quello italiano in testa, in uno scenario in cui 21 dei 27 paesi Ue appartengono alla Nato, sono privati di reali poteri decisionali su politica estera e militare, e quel che è peggio vigliaccamente tacciono: per esempio Lia Quartapelle, responsabile esteri del Pd lettiano (moglie del socialista doc Claudio Martelli) parla esclusivamente di diritti umani ma mai di economia. Perché? Accade quindi che Gran Bretagna, Francia e Germania trattino con gli Stati Uniti in base ai propri interessi, mentre l’Italia si accoda pedissequamente alle decisioni della Casa Bianca contro i suoi stessi interessi (Luigi Di Maio, il miglior politico del M5S, da quando è il capo della Farnesina è diventato uno dei più tenaci filo-americani d’Italia).

Già, noi italiani siamo di fatto i vassalli per eccellenza dell’Impero americano, continuiamo da decenni ad ospitare sul nostro territorio nazionale 13.000 soldati a stelle e strisce, 40 bombe nucleari “non di nostra proprietà” nelle basi militari di Ghedi e Aviano, e siamo l’unico paese Ue che non ha il controllo dell’arsenale nucleare Nato ma ne subisce costi e possibili drammatiche conseguenze. Per esempio, è palesemente assurdo che l’Italia debba piegarsi al diktat Usa sull’invio di mezzi e navi della Marina Militare nella zona dell’Indo-Pacifico in funzione anti-Cina. Cosa ce ne importa di star lì (come è accaduto in Afghanistan) rischiando le vite dei nostri giovani soldati, mentre gli americani se ne fregano della Libia a poche centinaia di chilometri dalle coste della Penisola (per non parlare dei migranti)? Solo perché siamo “usi a obbedir tacendo e tacendo morir”?

4) Da più parti (per esempio Jeffrey Sachs, storico e saggista americano) si chiede che il G7 venga abolito, anche se per Roma è rimasta una delle poche occasioni di passerella mediatica internazionale. Basti dire che quando Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Regno Unito iniziarono gli incontri negli anni ’70, dominavano ancora l’economia globale. Nel 1980 ai paesi del G7 faceva capo il 51% del Pil mondiale, mentre i paesi in via di sviluppo dell’Asia rappresentavano solo l’8,8%. Nel 2021, le nazioni del G7 producono appena il 31% del Pil della Terra, con i paesi asiatici al 32,9%. Invece il G20 – includendo Cina, India, Indonesia – rappresenta l’81% della produzione mondiale.

Se il G7 fosse un reality, forse servirebbe ancora a catturare l’attenzione delle tv; ma siccome il mondo è per fortuna più ampio e diversificato, di fatto il G20 rispecchia meglio la complessità geopolitica attuale. Le esigenze globali – ambiente e crisi climatica, superare le pandemie presenti e future, tassare seriamente le multinazionali ed eliminare i paradisi fiscali – richiedono uno stretto lavoro tra mercati sviluppati ed emergenti per rispondere a un gran numero di sfide collettive. Sarebbe bello se il G7 in Cornovaglia fosse l’ultimo.

5) Infine la Cina, nuovo nemico pubblico “numero 1” dell’Occidente secondo il canovaccio imposto dalla Casa Bianca (a proposito: non è patetico che un Beppe Grillo logoro e stanco sia diventato l’unico filo-cinese d’Italia, nel panorama dei partiti italiani?) non intende giustamente rinunciare alla propria autonomia e diversità. A me sembra giusto e comprensibile che valori e principi di stampo cinese – a cominciare dal “relativismo dei diritti” e del principio di sovranità (come rifiuto delle “interferenze” esterne) – siano di fatto alternativi o non omologabili a quelli liberal-democratici, per un paese da 1,4 miliardi di abitanti. Ma siamo una assoluta minoranza a pensarla così.

Quel che stupisce è invece il tifo da stadio, o di qua o di là, senza mai analizzare. Soprattutto, fa rabbia la pretesa americana, seguita alla lettera da noi vassalli europei, di voler imporre un modello di vita (con virus come consumismo sfrenato, lobby, disuguaglianze rampanti, spregio per la dignità del lavoro, dominanza incontrastata dei poteri forti e della finanza a scapito dei beni comuni) anche a tutti gli altri paesi. L’ennesima conferma: The Economist elabora un “Democracy Index”, su 193 nazioni con seggio all’Onu le “democrazie complete” rappresentano l’8.4% del Pil globale, le “democrazie imperfette” il 41.0%, i “regimi ibridi” il 15.0% e infine i “regimi autoritari” il 35.6%.

E qui, I rest my case, come dicono nelle aule di tribunale dei film di Hollywood. Pretendere che la propria visione del mondo, ineluttabilmente minoritaria, venga imposta dal ricatto militare a tutti gli altri, è atto grave se non irresponsabile di presunzione.

Ps. per l’Enciclopedia Treccani, presunzione è la fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato. Nella teologia cattolica, il peccato di presunzione (o presunzione della propria salvezza, o di salvarsi senza merito), si oppone alla virtù della speranza in quanto ripone nell’uomo la capacità di raggiungere la salvezza eterna, senza il concorso della grazia.

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