Una settimana di quarantena (come se non ne avessimo vissute ultimamente), una settimana di penitenza prima di esternare un mio parere in merito a quanto si è verificato in casa Napoli.

Il tempo giusto per smaltire la delusione ed evitare di ragionare di “pancia” anche se i calciatori ed i loro familiari, dopo pochi giorni, sui relativi profili social, già si esprimevano con sorrisi e “stati” che sembravano non ricordare l’ennesima bucatura a pochi metri dal traguardo.

A tal proposito, un piccolo inciso istintivo, mi danno più fastidio dei calciatori quei tifosi che dimenticano in fretta e che magari tra qualche giorno, appena li incontrano per strada oppure li ospitano nei loro negozi, si lasciano fotografare come se nulla fosse accaduto.

Se avessi un negozio, ad esempio di parrucchiere-barbiere, ed un calciatore del Napoli venisse a farsi l’acconciatura prenderei seriamente in considerazione l’idea di farlo uscire con una pettinatura completamente diversa da quella richiesta.

Giusto per fargli capire, consentitemi l’ironia, cosa significhi tradire le aspettative.

Ma accantoniamo i ragionamenti di “pancia” e ritorniamo ad una analisi più razionale. Perché la responsabilità del risultato finale, anche di questa stagione, è di una società che, lo ripeto da anni, deve ormai adattarsi ai cambiamenti e ai modelli vincenti.

Il Napoli deve passare dal modello, sebbene finora efficiente, “puteca” (che in napoletano significa “bottega, negozio”) al modello “azienda”. Deve abbandonare il modello dinastico-imprenditoriale per costruire un vero modello manageriale.

Sono un anti-papponista della prima ora (appartengo alla schiera di coloro che non considerano Aurelio De Laurentis un “pappone”) e sostengo da anni che Il Napoli sia una delle espressioni più’ efficienti di Napoli.: bilanci in ordine, gestione etica del club, area amministrativa-legale da business school.

Da quando il calcio è divenuto business per imprenditori e uomini di affari, la gestione economico-finanziaria di una società di calcio ha assunto un valore molto determinante per la realizzazione degli obiettivi sportivi. E ci ritroviamo quotidianamente, noi che eravamo abituati a discutere solo di tattica e di tecnica, ad utilizzare termini e linguaggi talvolta poco conosciuti nel loro effettivo significato. Talvolta come alibi per affogare le nostre delusioni sportive

Ma esiste una regola fondamentale da non dimenticare per sopravvivere: la disponibilità di risorse economiche non sempre si accompagna nello sport a buoni risultati sul campo. Si può essere nei primissimi posti in questa speciale classifica, ma molto più lontani in quella che conta.

Il fattore critico di successo del futuro del Napoli sarà indubbiamente dato da una strutturazione della dimensione organizzativa che dovrà essere in grado non solo di adattarsi e di trasformarsi con successo di fronte alle nuove sfide della concorrenza, ma anche di anticiparle e di generare continui cambiamenti e innovazioni all’interno del mercato calcistico.

Una organizzazione in cui la squadra diverrà, quindi, parte integrante di un prodotto da vendere come “spettacolo”.

E voi avete mai visto appassionati di teatro o di cinema che ritornano a vedere una piece o un film di un regista che li ha delusi nelle sue performance precedenti? La vicenda Superlega, a tal proposito, ha rafforzato il principio che il mercato (abbonamenti, payperview, merchandising, ecc) nel calcio è in mano a noi tifosi.

Non si può, quindi, prescindere dal fatto che questa società dovrà fondare la propria azione futura su due aspetti:

1. l’assoluta preminenza della comunicazione nel disegno organizzativo; Il sistema comunicativo ricopre un ruolo centrale all’interno del nuovo modello organizzativo poiché permette di gestire in modo differenziato e specifico i diversi pubblici interni ed esterni. Anche nel calcio i manager tuttologi producono solo disastri; occorrono specializzazioni e competenze.

2. l’istituzionalizzazione dei diversi ruoli (ed esperienze) che concorrono a disegnare la rete organizzativa; la struttura organizzativa coerente con il nuovo prodotto calcistico deve essere funzionale alla rilevanza attribuita ai risultati. In tale tipo di impresa calcistica il vertice aziendale è costituito dal presidente, dal vicepresidente, dall’amministratore delegato, dal direttore sportivo (con competenze specifiche anche per fare una valutazione complessiva del potenziale psicologico dei calciatori), dal team manager e dallo staff tecnico i quali, coordinati da un responsabile comunicazione, sono preposti alla gestione dei differenti pubblici, interni ed esterni, alla rappresentanza della società e alla definizione della strategia aziendale.

Nel Napoli tutti questi ruoli, tranne quello di allenatore, sono ricoperti, di fatto, dallo stesso proprietario mentre le imprese calcistiche che hanno compiuto o stanno compiendo il percorso verso il modello manageriale hanno iniziato a diminuire il coinvolgimento delle dinastie proprietarie investendo di tale ruolo persone di loro fiducia.

In questo modo si evita una presenza incombente da parte della proprietà che spesso è portata a intervenire in maniera eccessiva nella gestione aziendale: questo atteggiamento deriva in gran parte dalla paura di perdere il controllo dell’azienda e non tiene conto del fatto che, proprio delegando ad altri, l’imprenditore libera tempo ed energie per sviluppare nuove aree d’affari. Il ruolo del presidente, in tal caso, è proprio quello di favorire il rapporto tra la proprietà e il management e la figura che lo ricopre, basta guardare la serie “Take us home Leeds United” per rendersene conto, deve essere caratterizzata da una forte valenza simbolica per costituire il punto di riferimento e di unificazione di tutti i destinatari dei flussi comunicativi aziendali.

Prendete l’esempio della sconfitta “in albergo durante la magnifica stagione sarriana, oppure l’ammutinamento durante la gestione Ancelotti o ancora il controllo della comunicazione durante e dopo il governo Gattuso. Non occorre frequentare la Bocconi o leggere un manuale universitario per capire che figure come quelle di un team manager o di un responsabile comunicazione servano esattamente a gestire “l’ambiente”, a evitare che le inevitabili tensioni presenti in gruppi di lavoro di lingua e nazionalità diversa si inaspriscano fino al punto di rottura e vengano comunicate in un modo alquanto ridicolo.

Sarebbe stato meglio pagare qualcuno e incassare i soldi della Champions oppure vedere lo spogliatoio in rivolta o senza alcuna reazione e mandare oltre 50 milioni in fumo? La risposta è scontata.

E allora chiediamoci: il Napoli è organizzato in tal modo?

Perché se la risposta è negativa, se le grandi vittorie non arrivano neanche con allenatori aventi competenze e stili leadership completamente diversi (Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso), se i calciatori quando lasciano Napoli poi vincono altrove, allora dobbiamo porci un’altra domanda: i brillanti risultati di gestione economico-finanziaria saranno duraturi anche per la “puteca”?

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