Due piccioni con una fava: il mio blog su questo giornale si limita ad affrontare solo temi riguardanti la sezione “Economia & lobby” e quella del “FattoFootballClub”. L’analisi della vicenda della Superlega di calcio, un complicato intreccio di interessi, affari e sport, mi consente, quindi, di scrivere solo un post.

Sono un tifoso patologico di calcio ed un consumatore seriale dei prodotti ad esso associati.

Fino a qualche anno fa ero un abbonato del settore tribuna alle partite casalinghe del mio Napoli, leggevo quattro riviste specialistiche mensili (tra cui quel Guerin Sportivo che non abbandono dal 1977) e compravo tutto il pacchetto calcio pay per view. Poi ho iniziato, sicuramente influenzato anche dalla età, a non percepire più la stessa attrazione verso lo spettacolo allo stadio ed ho rinunciato alla tribuna continuando a godermi le partite seduto sul divano di casa.

E da poco, scomparse due iniziative editoriali per mancanza di fondi, ho tagliato anche una delle due residue riviste (ovviamente non il Guerin sportivo) perché la sua linea editoriale era sempre più orientata al glamour di quel mondo mentre i miei gusti rimangono quelli di un guerinetto nostalgico.

Se fosse nata la Superlega, non avrei speso un euro per vedere in TV una competizione che avrebbe espresso dei valori lontani dai miei e probabilmente avrei rinunciato anche a qualche abbonamento alle piattaforme esistenti.

Sono solo uno dei tanti tifosi che, unitamente a quelli che hanno manifestato in questi giorni contro il tentativo di far nascere un torneo elitario e classista, ha la possibilità di decidere il futuro del nostro amatissimo sport. Con il voto del suo portafoglio, un voto che vale molto di più del potere lobbistico di un Andrea Agnelli e che si esercita premiando nei consumi quelle aziende che riescono a creare valore sociale utile.

Il messaggio è chiaro.

La vicenda della Superlega di calcio ha sancito un principio, sebbene semplice ma spesso dimenticato, fondamentale per ogni business: a essere determinante non è l’offerta, ma la domanda e la domanda siamo noi. Il mercato siamo noi tifosi che con le nostre scelte di consumo assumiamo consapevolezza di rappresentare la principale urna elettorale a disposizione dei padroni del calcio e soprattutto il principale target di riferimento degli sponsor che poi finanziano la nostra passione.

Quanti demagogici commenti di natura finanziaria ho letto in questi giorni fondati sull’assioma che la Superlega altro non era (meglio dire sarebbe stata) che il calcio dei ricchi che hanno molti debiti, un ossimoro basato sulla incompetenza di chi non sa che lo stato patrimoniale di un’azienda è composto da un passivo, i debiti appunto, ed un attivo rappresentato da asset come il valore del parco calciatori, del brand e degli stadi di proprietà.

Quello non era il torneo degli indebitati, quello doveva essere il torneo dei potenti che, come tutti i potenti, colpiti dal delirio di onnipotenza, ancora non avevano capito che l’azione del portafoglio esercitabile dal consumatore critico, ancora più incisivo se rafforzato dalla pressione effettuata attraverso gruppi appartenenti allo stesso target, è incredibilmente potente, perché influenza dapprima le imprese che finanziano (sponsor, tv, ecc) e poi, lo speriamo, contagia le imprese finanziate (società di calcio) spingendole ad una maggiore responsabilità sociale.

Il voto del mio portafoglio agisce così tanto sui consumi quanto simultaneamente anche sul loro conto economico, sul sociale e quindi sulla felicità degli appassionati di calcio.

Non lo sanno, purtroppo, ma abbiamo vinto tutti.

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