Da Modena a Cattolica, 175 chilometri di piatta via Emilia dove il ciclismo è anima e cuore della gente. Fugge la strada più che i corridori di un’ora sola, i gregari delle piccole squadre inseguono glorie passeggere, occupano prezioso tempo nelle dirette tv, sponsor e patron gioiscono. Il popolo delle due ruote ama gli ultimi che fanno i primi, i pensieri di tutti si perdono in sogni di (forse) impossibili vittorie. Dal mare di Romagna soffia il vento, occhi e nasi dividono l’aria, cantava Gino Paoli, le bici come navicelle. Il vento, sanno i gregari, stoppa senza ricompense. E poi, oggi, più che la folata, conta la volata.

Già. La quinta tappa del Giro Recovery è consacrata alla pericolosa e spettacolare arte dello sprint, specialità per arditi, coraggiosi ed incoscienti del pedale. La prima volta nella storia del Giro avvenne al termine dell’estenuante prima tappa in assoluto, 397 chilometri da Milano a Bologna. Vinse, dopo 14 ore 6 minuti e 15 secondi, il romano Dario Beni, ottimo passista veloce. Era il 13 maggio del 1909, regnava Vittorio Emanuele II, governava Giovanni Giolitti, e 127 corridori avevano lasciato Milano all’alba, alle 2 e 53, da piazzale Loreto illuminato a giorno. Beni correva per la Bianchi, regolò Mario Pesce. Il più reputato Carlo Galetti finì terzo. Beni, poi, vincerà l’ottava ed ultima tappa (Torino-Milano, 206 chilometri) battendo Galetti e Luigi Ganna, il trionfatore del primo Giro, colui che passò alla storia anche per una schietta dichiarazione, sul prato dell’Arena: “L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cül”. Memorabile sincerità.

Sincera, di sicuro, 112 anni dopo, la soddisfazione di Davide Gabburo da Bovolone. Milita nella autarchica Bardiani Csf Falzané. Sfreccia primo sotto il traguardo volante di Savignano sul Rubicone. Batte Pellaud. Terzo, il compagno di squadra Fiorelli e il suo capitano Visconti, quinto De Gendt, insomma mica comparse. Gabburo ha 28 anni, quest’anno ha colto il primo successo tra i professionisti, in Turchia, al Grand Prix Alanya. Viene ripreso dal gruppo, assieme a Pellaud e Gougeard, a 6 chilometri dall’arrivo. Le squadre dei velocisti si armano. Preparano i trenini. Il finale è disseminato di insidie. Rotonde. Curve a gomito. Uno spartitraffico è fatale per lo spagnolo Mikel Landa a 4 km che sbatte contro l’addetto che lo segnalava, come Dombrowski, il vincitore di Sestola. Altra vittima illustre, il russo Sivakov, luogotenente di Bernal.

Gli ultimi mille metri sono bagarre. I favoriti sgomitano al limite del regolamento. Zig zag di Caleb Ewan che rimonta tutti e con formidabile colpo di reni sorpassa in tromba Giacomo Nizzolo, il quale colleziona l’11esimo secondo posto. Da andare a Lourdes. Terzo Elio Viviani, quarto Peter Sagan. Merlier, dopo aver baccagliato con Ewan, rompe la catena, piglia a cazzotti il manubrio. Sprint confuso, ma Caleb è di un altro pianeta: quarto successo al Giro. Annuncia che vuole vincere anche al Tour e alla Vuelta. Quanto a Landa, purtroppo, finisce il Giro in ambulanza. Clavicola rotta. Si ritira.

Polemiche feroci sulla brevità della neutralizzazione (gli ultimi 3 km). E’ la zona morta del ciclismo. Alessandro De Marchi il furlan di Buja resta in rosa. Si definisce “un romantico con la bici”. E’ un combattente. Un corridore anacronistico. Uno che non si arrende mai. Per questo ostenta il braccialetto giallo della campagna “verità per Giulio Regeni”. Rosso di capelli e di temperamento.

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