Saremo in grado di autodeterminarci? Saremo liberi? Avremo gruppi di persone che insieme eviteranno di lasciarsi condizionare dal leader di turno? O almeno, collettivi capaci di bilanciare il leaderismo? Analizziamo a cosa è incline a la nostra natura.

La ricerca Cultura 2030, condotta dal sociologo Domenico De Masi e seguita per il M5S dal sottoscritto, esplora quanto appena detto con una ricca raccolta di previsioni sul fenomeno influencer.

“Nel 2030 il sistema di controllo delle forze politiche cercherà di anestetizzare le ribellioni e ci saranno influencer che rivendicheranno gli stessi ideali dei movimenti giovanili per addomesticarne le rivendicazioni. Ci saranno influencer naturali o generati artificialmente e che avranno più potere di tutti gli altri cittadini”. Ma non solo: “gli influencer saranno il simbolo di principi etici abilmente soggiogati a una cultura dell’utilitarismo. Si dedicheranno a promuovere e vendere esperienze, emozioni, spettacoli e parteciperanno al mondo dell’intrattenimento a 360°. E ci saranno impiegati e creativi al servizio dei vari influencer della rete di intelligenza artificiale”.

Emerge, quindi, che oltre ai leader politici che sono sempre esistiti, ci saranno sempre più leader legati a marchi, a prodotti, ad aziende e questo leader occuperanno la scena più di tutti gli altri, come è già evidente oggi. Con i Bill Gates, gli Elon Musk, i Jeff Bezos o i Mark Zuckerberg ci sarà più familiare la voce di Alexa che quella del Presidente degli Stati Uniti.
Tutto questo richiederà sempre più l’impiego di una vasta area di ingegneri e creativi messi al servizio di reti di intelligenza artificiale.

Se quindi è vero che da migliaia di anni il cervello trova sicurezza nei numeri e preferisce seguire un numero elevato di persone, se è vero che sperimentiamo tutti i giorni, con le recensioni online e i consigli degli amici, di preferire l’opzione più gettonata dalla moltitudine, se è vero che queste scorciatoie del nostro cervello ci hanno anche garantito la sopravvivenza, pur con enormi distorsioni e degenerazioni emerse nella storia dell’umanità, è anche vera un’altra tendenza.

Gli esperimenti sociali di questi anni e le ricerche neuroscientifiche dimostrano che, nella maggior parte dei casi, noi tutti siamo predisposti a dare fiducia al prossimo e a contraccambiare: questo genera il rilascio di ossitocina, che ci permette di raggiungere il benessere nel circuito di ricompensa biologico.

La maggioranza degli esseri umani è quindi incline alla collaborazione e questo tipo di sentimento viene ricompensato nel nostro organismo. Il cervello è programmato per fidarsi. Lo facciamo sin dalla nascita e la fiducia fa prosperare la società. Non ci fidiamo solo del leader, in genere ci fidiamo del prossimo. Questa bellissima inclinazione dell’essere umano oggi viene messa a dura prova dallo stress, dall’incertezza e dall’isolamento, i tre fattori chiave di questa pandemia, i tre fattori contrari allo sviluppo della fiducia nel prossimo.

Come affrontiamo allora la più grande sfiducia globale che sia mai esistita nella storia senza rifugiarsi in leader politici, grandi marchi commerciali o surrogati tecnologici?

Il vero punto di debolezza del futuro sarà “l’incapacità di creare comunità”, ci saranno molteplici “comunità elettroniche” ma saranno “just in time: passeggere, fluide, costituite intorno a interessi e obiettivi momentanei”. La Transizione Culturale per scongiurare il collasso della civiltà umana nel 2050, ci chiede un pensiero globale, proprio come evidenziato dal sociologo francese Edgar Morin, per ambire all’unica comunità reale: quella dell’intera umanità.

Una comunità in grado di salvare l’habitat in cui vive se raccoglie “l’onere di perfezionare e integrare” un modello sociale “con aspetti etici e umanistici, attraverso l’utilizzo di adeguati strumenti di partecipazione e ascolto, con l’ausilio di intellettuali, scrittori, scienziati, giornalisti, professori e, in generale, di tutti coloro che compiono riflessioni, elaborazioni, sperimentazioni a partire dalle loro prospettive”.

È ora di cominciare.

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