Una tempesta in un bicchiere d’acqua. Un innocuo parere a un decreto del governo, sul quale l’ampia maggioranza che sostiene il governo di Mario Draghi rischiava ancora una volta di andare in frantumi. Non poteva che riguardare la giustizia l’ennesimo trabocchetto piazzato sul tavolo della competente commissione della Camera da Enrico Costa, già berlusconiano e renziano, ora con Azione di Carlo Calenda. Alla fine, dopo un rinvio e una lunga discussione, si è trovata una quadra aggiungendo una postilla – che per la verità suona come superflua – che ha fatto passare il parere favorevole. Ma andiamo con ordine.

Il pomo della discordia era rappresentato da uno schema di decreto del governo, inviato al Parlamento per un parere l’8 febbraio scorso dall’allora guardasigilli Alfonso Bonafede. Oggetto: “Disposizioni per l’individuazione delle prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione e per la determinazione delle relative tariffe”. Tradotto: il decreto individua le tariffe – una minima e una massima – da corrispondere alle ditte che materialmente fanno le intercettazioni. E tra queste ultime ci sono ovviamente pure quelle operate con il cosiddetto trojan, il virus-spia che inoculato sui telefoni cellulari degli indagati li trasforma praticamente in cimici. Il decreto, però, non riguarda i possibili utilizzi che si possono fare del trojan: è soltanto una sorta di listino prezzi. Per questo motivo il parere chiesto alla commissione presieduta dal 5 stelle Mario Perantoni avrebbe dovuto essere un semplice passaggio parlamentare senza insidie.

I condizionali sono d’obbligo. Tra le 17 pagine del decreto, infatti, Costa ha segnato in rosso un passaggio compreso alla voce “intercettazioni delle comunicazioni di tipo informatico o telematico (attivo attraverso captatore elettronico)”, che prevede, tra le altre cose anche “l‘acquisizione della rubrica dei contatti, della galleria fotografica e dei video realizzati o comunque presenti., delle password con funzione di keylogger, nonché di tutte le ulteriori comunicazioni operate anche attraverso applicazioni di messaggistica”. Tariffa minima giornaliera: 30 euro. Tariffa massima: 120. Ma qui non è questione di soldi. Per Costa, quel passaggio significa che si autorizza il trojan a “rubare” dai telefoni le rubriche degli indagati e gli album delle foto. Dice il deputato di Calenda a Repubblica.it: “Non si può legittimare un decreto che, discutendo di tariffe più o meno favorevoli, alla fine invece legittimi ben altro, e cioè un captatore trojan che diventa un tutto fare, può intercettare gli audio, può copiare e fare i video, può prendersi i dati che sono in movimento, può captare le conversazioni tra presenti, risucchiare file, impossessarsi di documenti, copiare integralmente la rubrica, cioè tutti gli elementi statici che si trovano nel telefono o nel computer”. Il ragionamento di Costa è il seguente: una cosa è usare i telefoni come microspia, un’altra acquisirne video e contatti telefonici. Per questa seconda azione, secondo il deputato di Azione, serve un “decreto di perquisizione, altrimenti siamo di fronte a una perquisizione illegale permanente“.

È in questo modo che un parere su un decreto che regola le tariffe rischiava di diventare l’ennesima mina di un terreno già accidentato come la giustizia. Con le posizioni di Costa, infatti, solidarizzavano i colleghi di Forza Italia, quelli di Lega, quelli di Italia viva e ovviamente pure Fratelli d’Italia, unico partito rimasto all’opposizione. Erano invece per dare il via libera immediato al decreto i 5 stelle, che presiedono la commissione con Perantoni e sono relatori del decreto con Giulia Sarti, e il Pd guidato da Alfredo Bazoli. Se si fosse andati alla conta, però, l’asse composto da dem e M5s (più Leu) sarebbe andato sotto, non potendo contare sulla maggioranza. E dunque ogni eventuale sintesi era affidata al governo, che in commissione ha deciso di farsi rappresentare dal sottosegretario alla giustizia. Non Anna Macina dei 5 stelle, ma Francesco Paolo Sisto di Forza Italia. Toccava al berlusconiano, non esattamente un fan del trojan, trovare una quadra per disinnescare l’ennesimo trabocchetto. Un compito difficile. E infatti la votazione in commissione, prevista per le 18 e 30, è stata rinviata alle 20. E poi è andata avanti fino a tarda serata.

L’accordo è stato trovato anche grazie alla mediazione della relatrice Sarti: il parere positivo è passato con i voti contrari di Fratelli d’Italia e di Giusi Bartolozzi di Forza Italia. Alla fine, per disinnescare l’area di centrodestra, sono state inserite un paio di postille. La principale è questa: l’acquisizione della rubrica e dei video presenti sul cellulare “presuppone, quando non rientri tra i flussi di comunicazione, il decreto di perquisizione ed eventuale sequestro ai sensi dell’articolo 247 del codice di procedura penale”. E poi ad ogni passaggio sugli ascolti si è inserito: “Nel rispetto dell’articolo 268 del codice di procedura penale”, cioè appunto quello che regola le intercettazioni telefoniche. Aggiunte ininfluenti: nulla tolgono e nulla aggiungono all’oggetto del decreto che era legato solo al tetto di spesa per le intercettazioni senza entrare nel dettaglio di quando e come queste possono essere disposte.

Costa, però, esulta: “Accolta in toto la nostra richiesta di scongiurare il rischio che il trojan possa essere utilizzato per ‘rubare’ files contenuti negli smartphone, nei tablet e nei computer. La Commissione pone infatti una condizione al Governo in base alla quale i dati “statici” della rubrica telefonica, delle gallerie foto e video, oltre che le password, possano essere captate esclusivamente attraverso una perquisizione e non attraverso il trojan (che può intercettarle solo se trasferite a terzi). Spiace aver dovuto sgolarsi, insistere, discutere per ore, per ottenere semplicemente una cosa: il rispetto della legge”. Il presidente della commissione Perantoni, invece, spiega come nel parere siano stati inseriti “alcuni rilievi per precisare meglio la portata delle disposizioni al fine di scongiurare ogni possibile interpretazione contraria agli intenti e ambiguità sul recupero di dati statici”. Il presidente spiega inoltre che “il provvedimento ha natura tecnica, è una norma secondaria, non interviene sulla disciplina delle intercettazioni, e nasce dalla legge Orlando del 2017 che delega il Governo ad adottare misure per la razionalizzazione della spesa per le intercettazioni”. La proverbiale tempesta in un bicchiere d’acqua.

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