La Camera approva lo stop agli oli di palma e di soia nella produzione di biocarburanti e di elettricità dal 1 gennaio 2023. Dopo il voto al Senato del 30 ottobre scorso, anche Montecitorio dà l’ok alla norma che fa parte del disegno di legge di delegazione europea, testo con cui si dà mandato al Governo di stabilire le rinnovabili del futuro. E l’esecutivo dovrà includere nella prossima legge sulle rinnovabili la novità che, aspetto da non sottovalutare, non riguarda solo la materia prima, ma anche gli scarti il cui mercato può risultare anche più conveniente ma non privo di conseguenze dal punto di vista ambientale. La norma sancisce, infatti, che saranno esclusi dal 1 gennaio 2023 dagli obblighi di miscelazione al combustibile diesel e dalla produzione elettrica rinnovabile “così come dal relativo conteggio delle fonti rinnovabili e dai sussidi di mercato” olio di palma, fasci di frutti di olio di palma vuoti (il cosiddetto Pome), acidi grassi derivanti dal trattamento dei frutti di palma da olio (Pfad), olio di soia e acidi grassi derivanti dal trattamento della soia di importazione. Questo in ragione degli impatti causati dal mercato di queste materie in termini di deforestazione. Ora il testo dell’intero ddl di delegazione europea, passerà di nuovo al Senato e poi al governo che presenterà la proposta completa di decreto legislativo sulle rinnovabili ai due rami del Parlamento entro l’estate per l’approvazione finale.

LE REAZIONI E LE ASPETTATIVE – Legambiente e Transport&Environment ricordano che questa vittoria parte “dalla condanna della pubblicità ‘ingannevole’ del biodiesel Eni, il 15 gennaio 2020”, dopo la quale Eni ha deciso di abbandonare l’olio di palma dal suo biodiesel entro il 2023. Tra l’altro, lo stop ai sussidi dannosi agli olii di palma e di soia è legge in Francia, Danimarca, Austria, Olanda, Svezia e Portogallo. “Vigileremo sul governo perché l’obiettivo si realizzi, anche con l’aiuto del gruppo informale di deputati e senatori ‘stop palmoil’ spiega Legambiente. “La decisione – aggiunge il presidente Stefano Ciafani – faciliterà soprattutto la crescita della mobilità elettrica, da fonti energetiche davvero rinnovabili, come solare, eolico e biogas o etanolo da scarti e rifiuti”. Secondo Veronica Aneris, direttrice di Transport&Environment per l’Italia “solo i carburanti veramente sostenibili dovrebbero essere promossi, come gli elettroni verdi da solare ed eolico ed i biocarburanti avanzati da rifiuti e residui”.

I CONSUMI IN ITALIA – Nel 2019 l’Italia ha consumato poco più di 1,4 milioni di tonnellate di olio di palma, destinandolo per oltre il 70% alla produzione di energia, metà nei serbatoi dei diesel e per metà in centrali elettriche “verdi”: il tutto incentivato con almeno 700 milioni di euro all’anno pagati dai cittadini ad ogni pieno carburante e in ogni bolletta elettrica. “Ovviamente senza saperlo e senza poter scegliere prodotti alternativi. La crescita dei consumi di biodiesel ha causato, dal 2015 ad oggi, il 90% della deforestazione in Indonesia e Malesia per far posto a piantagioni di olio di palma” ricorda Legambiente. Dall’inizio del secolo (2001) ad oggi nei due paesi asiatici sono andati perduto 33 milioni di ettari di foresta: una superficie pari all’Italia e la Svizzera insieme.

COSA PAGHIAMO – Meno di un anno fa, nel suo dossier ‘Più olio di palma nei motori che nei biscotti, la mappa degli impianti in Italia’, Legambiente ha denunciato che l’Italia è uno dei Paesi europei che consuma più olii vegetali alimentari per l’energia. Con dei costi per i cittadini: ogni automobilista italiano paga, in media, 16 euro all’anno per le cosiddette rinnovabili nel serbatoio, una cifra complessiva di circa 300 milioni di euro nel 2019 per la sola componente olio di palma (quasi metà del biodiesel). Cittadini e imprese, pagano nella bolletta elettrica anche una piccola quota aggiuntiva per i biocombustibili (che sono per il 69% da olio di palma e di soia): quasi 600 milioni di euro di sussidi attribuibili alla sola componente degli oli alimentari. “Eni ha annunciato che entro il 2023 abbandonerà l’uso dell’olio di palma – spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Poggio, responsabile mobilità di Legambiente – ma c’è anche il problema legato agli scarti, sostanzialmente di due tipi”. Parliamo del Pfad, ossia gli acidi grassi derivanti dal trattamento dei frutti di palma da olio “che però Eni non ha mai usato” e del cosiddetto Pome (Palm oil mill effluent), ossia gli effluenti “che invece la multinazionale utilizza e in merito ai quali non ha fatto alcun annuncio”, spiega Poggio, autore dell’ebook ‘Scegli l’olio giusto’, che racconta due anni di lotte sullo spreco di olio di palma in Italia. Va detto che Eni rappresenta un quarto delle importazione dell’olio di palma bruciato in Italia. “È molto importante – aggiunge Poggio – che la norma venga approvata così com’è, proprio perché include anche gli scarti nel divieto. Il Pome, infatti, conviene molto alle aziende: venendo considerata un sottoprodotto, infatti, beneficia di una doppia contabilità. Insomma, viene considerata due volte nell’incentivo. Ed è questo il motivo per cui spesso viene miscelata con la materia prima, con effetti dannosi da diversi punti di vista”.

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