Sul cambiamento climatico sono stati scritti oramai migliaia di libri. Saggi, pamphlet, libri-inchiesta, libri-appello. In questi ultimi anni, l’editoria ha cominciato a dare uno spazio enorme all’ambente e al clima, quasi, forse, a rincorrere gli anni in cui di questo tema non si è parlato. E tuttavia il clima restava, fino a ieri, confinato nei saggi, così come nei siti specializzati di ambiente, o negli inserti dei quotidiani. Soprattutto non riusciva ad entrare nell’immaginario degli italiani, quello fatto di romanzi, musica, film.

E invece, mentre leggevo con grande interesse di un film in preparazione di Virzì con un cast di attori italiani super noti, e sceneggiatori anche, dal titolo “Siccità”, ambientato in una Roma non non piove da tre anni, mi arriva tra le mani il romanzo della scrittrice Chiara Mezzalama, Dopo la pioggia (e/o editore). Era un libro che, in un certo senso, aspettavo, perché dentro c’è tutto quello che chi si occupa di cambiamento climatico e ambiente conosce, ma all’interno di una storia, una sorta di “corpo” per temi considerati troppo astratti.

L’Italia in cui si muovono i personaggi del romanzo è un’Italia stravolta dal cambiamento climatico. Ma attenzione, non si tratta di uno scenario così lontano da quello nel quale siamo. Da quello che posso aver imparato su questi temi, l’autrice immagina un clima che con tutta probabilità, se nulla viene fatto, potrebbe arrivare già tra dieci anni o poco più rispetto ad oggi. Un paese dove d’estate le temperature arrivano a 45 gradi (le hanno già raggiunte quest’estate in alcune zone, in Sardegna, ad esempio), dove le estati sono lunghissime, infinite e siccitose, tanto da rendere la terra arsa e dura.

Autunni dove l’acqua arriva solo in forma molto violenta. Come il vero e proprio nubifragio che è l’incipit del libro e con il quale la città di Roma viene completamente messa in ginocchio, perché il fiume Tevere, passato da secco a gonfio in poche ore, esonda: alberi sradicati, palazzi distrutti e allagati, decine di migliaia di persone in fuga, molti morti, tantissimi feriti. Non solo: oltre alla valanga di fango che rende le strade inagibili, il black out elettrico manda in tilt la comunicazione tra persone. La rete salta, i cellulari si scaricano, nessuno sa più dove sono amici e parenti, perché tutti fuggono senza bene sapere dove andare.

Dentro questo scenario tragico si svolge un altro dramma, che poi si capisce essere legato al primo. Quello di una donna, Elena, traduttrice, che sa da tempo che il marito la tradisce con un’altra donna. Eppure, non ha mai avuto il coraggio di dirglielo per poi, eventualmente, rompere. Lo fa per gli amatissimi figli, soprattutto, ma anche per un’idea di famiglia che non riesce a cambiare. Ma proprio prima che si scateni l’inferno, Elena, angosciata non solo per il cambiamento climatico di cui vede i segni ovunque ormai da anni – incendi, siccità, alluvioni – ma soprattutto per la tragica indifferenza ai fatti ormai evidenti, decide che non può andare avanti così. Non può accettare la propria vita così, perché è proprio questa accettazione passiva che le provoca così tanto dolore.

E se ne va, diretta nella sua casa di campagna, mentre le comunicazioni si interrompono, mentre i i contatti con il marito e con i figli si perdono per giorni. Seguono avvenimenti molto drammatici, che poi portano una conclusione abbastanza sorprendente, proprio perché non falsamente consolatoria.

Ma in che modo i vissuti sentimentali si intrecciano alla crisi climatica? In qualche modo, la crisi ecologica è anche la crisi di un modo di vivere e relazionarsi che in fondo è legato alla distruzione ambientale. E no, non c’entra solo il tradimento di Ettore (il marito) verso la moglie, ma un sistema di vita – quello di Ettore, appunto – dove si fanno lavori che ti portano a prendere aerei per andare in ogni parte del mondo senza neanche rendersi conto di cosa ciò significhi, lavori che non si pongono il problema della propria stessa sostenibilità, lavori legati per loro natura e struttura alla separazione tra una moglie che si prende cura dei figli ed un’amante che consenta un rapporto con un corpo eternamente giovane. Anche questo, in fondo, qualcosa di contro natura e non tanto in senso morale, quanto proprio di fatto, “contro la natura”.

Tutto questo modo di vivere profondamente individualista, anche qui nel senso di letteralmente autoriferito, collassa insieme al collasso della natura. Una distruzione che in qualche modo sembra legata molto di più all’agire maschile che a quello femminile, anche se l’autrice non cade in facili stereotipi e infatti costella il reciproco viaggio suo e del marito di figure maschili e femminili positive. Che hanno tutte in comune un vivere sostenibile, a contatto con la natura ma non in maniera fasulla o di facciata.

Persone che, soprattutto, hanno capito che per salvarsi occorre cominciare a produrre per conto proprio ciò che oggi riceviamo da reti e servizi di cui nulla sappiamo. Pannelli solari, raccolta delle acque, sistemi che consentono di avere energia anche con un’intera regione in black out. Ma non si tratta solo di scelte tecniche: sono figure che in qualche modo hanno cambiato il proprio sistema di valori, anche ritrovando un rapporto con assoluti “religiosi”. Che possono essere Dio, oppure il rapporto con un bosco, ma anche con il corpo, perché non c’è alcuna opposizione tra corpo e anima, anzi, recuperando l’anima possiamo ritrovare, sembra dire l’autrice, il nostro corpo.

Come dicevo, il finale non è falsamente consolatorio. La distruzione – fisica, morale, naturale, psicologica – è enorme. Non c’è altra strada che ricominciare tutto, in un certo senso, rifondare le basi del nostro vivere, muoverci, nutrirci ma anche amarsi altrimenti. Anche se indietro non si torna, come non torneranno più le temperature che il clima ha distrutto per sempre.

Per questo Dopo la pioggia è un libro urgente e importante. Perché non ci fa “pensare” al cambiamento climatico, ce lo fa vivere direttamente. Nonostante noi lo stiamo già sperimentando perché ciò che accade a Roma accade ovunque nel mondo ormai da anni. E se pensate che un black out non sia un dramma, basti ricordare che in Texas pochi giorni fa sono morte decine e decine di persone per il solo fatto che l’elettricità si è interrotta per due giorni. E sempre più sarà così, perché abbiamo perso ogni comprensione di come si producono tutte le cose che usiamo.

Per questo è arrivato il momento di non accettare compromessi, ecologici come etici e sentimentali. Per questo è arrivato il momento di dire basta, cambiare vita, in senso materiale e morale. Affrontando l’inevitabile catastrofe, lasciando alle spalle stili di vita e modi di relazionarsi letteralmente “fossili”, tossici, insostenibili. E imparando a uscirne grazie a quelle figure disseminate ovunque che pure non riusciamo a vedere. Veri e propri piccoli profeti contemporanei, lontanissimi dagli schermi mediatici, che hanno capito da tempo e si sono attrezzati di conseguenza.

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